venerdì 31 ottobre 2008

Il valore del silenzio...

Mi riallaccio ad un commento di Luca Comello sul suo Blog:

"A volte diamo tutto per scontato, sia nella vita personale che in quella lavorativa. Anche nel gestire situazioni e persone nell'azienda in cui lavoriamo. Invece ogni tanto é importante fermarsi e riscoprire alcune cose... che sono piú complesse di quel che sembrano."

Oggi non mi sento particolarmente in forma e fuori piove a catinelle.
Ho qualche grattacapo lavorativo: cose che vorrei rimandare all'infinito e in più la mia ricerca di una tata per i miei bimbi non mi sta portando in alcun luogo. Non ho tempo per un caffè e nemmeno per andare in bagno...dovrei dire tante cose (belle e brutte) a tante persone e mi accorgo che i pensieri mi stanno allontanando dalla cosa più importante di tutte: la consapevolezza di me, di ciò che mi sta intorno, del senso del mio agire.
Incomincio a dare le mie azioni per scontate, l'ascolto e le reazioni degli altri per scontate.
Non colgo più i dettagli, le sfumature.
Forse è arrivato il momento di fermarsi, di respirare a fondo e 'staccare' per qualche ora, di 'uscire' a passeggiare nel mondo (anche solo metaforicamente, visto il tempo metereologico!).

Oggi ho bisogno di vuoto, di silenzio, forse il lusso più grande della nostra epoca.

martedì 28 ottobre 2008

Famiglia e lavoro

Riporto integralmente questo post tratto da un blog che visito spesso, soprattutto quando ho bisogno di un’iniezione di buon umore, in cui si narrano le gesta di una mamma alle prese con figli e lavoro. Normalmente vi trovo spassosi riferimenti alla mia stessa vita, ma questa volta non ho riso…


NON PASSA GIORNO

C. è un'elasti-amica*. ha una bambina e ne aspetta un'altra che arriverà a febbraio. lavora da anni in una società importante, con migliaia di dipendenti.
C. è brillante, spiritosa, intelligente e coraggiosa. è partita da un piccolo paese tra le montagne alla conquista del mondo, tanto tempo fa.
C. ed elasti-girl* hanno pranzato insieme.
"in ufficio non passa giorno che non mi dicano 'contavamo tanto su te, poi però...'", dice C con gli occhi tristi.
"non passa giorno che non mi guardino il pancione scuotendo la testa, non passa giorno che non mi facciano notare la loro delusione", prosegue C.
"non passa giorno che non mi tolgano un pezzettino del mio lavoro, non passa giorno che non mi facciano sentire esclusa, non passa giorno che non mi ricordino la brillante carriera che avrei fatto se solo non avessi avuto la balzana idea di un secondo figlio".
"non passa giorno che non mi senta fuori posto, che non mi senta in colpa, che non mi senta una traditrice".

* ricordate la famiglia degli ‘Incredibili’ super eroi della Pixar ?

Da
www.nonsolomamma.com

Mi piacerebbe aprire un dibattito su questo tema aperto a tutte le mamme lavoratrici che mi leggono:

Avete o state vivendo la stessa esperienza di C.? Cosa dovrebbero fare imprese e istituzioni per rendere meno precario l’equilibrio di una mamma lavoratrice? E soprattutto, cosa dovremmo fare tutti per far sentire le mamme meno sole e discriminate?
Cosa c'è di tanto sbagliato in questa nostra società da indurre una donna a pensare di essersi macchiata di una grave colpa per aver scelto di accettare il dono di una nuova vita?

Attendo i vostri commenti.

venerdì 24 ottobre 2008

C'è luce in fondo al Tunnel?

"Speriamo non sia un treno che ci viene incontro!"

Nei grandi momenti di crisi, come quello che si è profilato all'orizzonte, c'è sempre una forza che tende a ristabilire un nuovo equilibrio: è la legge naturale della selezione darwiniana (si parla in questo caso di darwinismo sociale) in cui solo i migliori resistono. Resisteranno perciò le Nazioni più competitive, le imprese eccellenti e i lavoratori migliori. Il resto....sopravviverà solo se saprà cambiare forma, se troverà strade di riqualificazione.

Sinceramente non credo ad un totale collasso sociale ed economico, al ritorno al baratto o a una rivoluzione nell'imprenditorialità. Credo più semplicemente ad una selezione, soprattutto su base etica.

Ci sarà più spazio per quelle imprese che si impegneranno in prima persona nella responsabilità sociale e che offriranno formazione continua, ci sarà più spazio per lavoratori appassionati e competenti e sempre meno per i mediocri.

Il nostro ruolo di people managers diventerà sempre più affine a quello di 'maieuti' in grado di scovare quei talenti nascosti in grado di 'fare la differenza' e indirizzare, ove possibile, verso una riqualificazione professionale che tenga conto delle reali necessità delle imprese, anche introducendo, ad esempio, giovani ingegneri alle attività manuali legate alla propria professione, in modo da aggiungere flessibilità operativa e 'profondità' alle proprie competenze teoriche.

Il lavoratore, credo, dovrà prima di tutto imparare ad essere imprenditore di sé stesso, a rischiare, a rimettersi in discussione, ad avere iniziativa e a non aspettarsi troppi aiuti dalle istituzioni e i giovani in particolare dovranno smettere di studiare lunghi anni solo per 'il pezzo di carta' , destinato a valere sempre meno, almeno in Italia.

Il mio è un invito a 'prendere in mano il proprio destino' , a studiare per passione e con passione, ad usare il proprio ingegno per inventarsi lavori utili, a non smettere mai di imparare cose nuove e a non sedersi ad aspettare che la vita ci passi accanto nell'attesa che i tempi cambino...

mercoledì 15 ottobre 2008

HR Management: istruzioni per l'uso.

La definizione (riduttiva) del termine che descrive la mia professione suggerisce si tratti di un ruolo puramente amministrativo all’interno di un’organizzazione. Rimanda ad ambiti in cui le persone agiscono in una dimensione disumanizzante in cui logiche numerico-quantitative e di controllo predominano sulla Qualità e la collaborazione. Tutto ciò non può che derivare da un punto di vista autoreferenziale del Management e da modelli economici ormai consunti, per cui l’organizzazione è una macchina che si costruisce intorno a ruoli e attività ad alta specializzazione in un contesto di procedure chiare e ripetibili.

Oggi si sta rapidamente diffondendo la consapevolezza che l’organizzazione sia invece più simile ad un organismo che si sviluppa attraverso le sue reti di relazioni - interne ed esterne - in un contesto complesso in cui le regole devono tener conto delle forze auto-generative del sistema stesso.
Immediatamente si palesa il dubbio che il ‘gestore delle risorse’ possa quindi esimersi dall’affrontare il proprio ruolo prima di tutto sul piano etico e sociale e solo poi su quello amministrativo.

Si parla ormai ovunque della centralità del ruolo delle persone, ma perché? Sono solo le loro conoscenze e le loro competenze che contano? O è anche e soprattutto la disponibilità dei singoli a condividere – a mettere in rete, come si dice oggi – le conoscenze e competenze acquisite, a partecipare ad un gioco infinito fatto di apprendimento e cambiamento continuo, a generare idee, a fare squadra e non solo gruppo? Può essere veramente ‘gestito’ tutto ciò? E come? E, soprattutto, è possibile farlo senza tener conto della più grande delle risorse disponibili: la diversità, che rende ogni individuo unico e irripetibile?

La mia risposta è che, sul piano individuale, ogni HRM debba essere soprattutto un educatore , nel senso etimologico del termine. Deve cioè fare in modo da aiutare ogni collaboratore a riconoscere in sé e poi a mettere a disposizione degli altri, i propri talenti. Poi deve impostare un cammino di crescita attraverso un percorso di formazione che non si proponga solo di aumentare conoscenze e competenze, ma che sviluppi in modo armonico la persona nel suo complesso, lasciando che quest’ultima si sperimenti anche oltre i confini del proprio mansionario e in campi non necessariamente intrinseci alla propria professionalità.

Sul piano della collettività di riferimento – l’azienda nel suo complesso – l’HRM deve invece saper creare il contesto necessario allo sviluppo, mantenendo vivo il dialogo tra i diversi attori (nelle diverse dimensioni top-down/bottom-up e peer-to-peer) , intervenendo sui conflitti e, ove possibile, prevenendoli; coltivando la responsabilità individuale; alimentando il senso d’identità della collettività. In sostanza si tratta di trasformare l’azienda da un luogo di lavoro dove si contraoppongono interessi divergenti, in una comunità con delle finalità e un sistema valoriale comuni, dove il profitto sia considerato un mezzo e non un fine e le persone si sentano realmente partecipi di un progetto (di una vision) in cui riconoscersi.