venerdì 20 febbraio 2009

La Cultura della Creatività


Pubblico un estratto dell' interessantissimo articolo di una nuova amica conosciuta al Convegno Este di Roma, lo scorso 12 febbraio.
Spero piaccia a voi quanto è piaciuto a me. Buona lettura!

di Maria Cecilia Santarsiero (Studio Santarsiero)

[...] “Inutile provarci”, disse Alice. “ non si può credere a cose impossibili”.
“Io direi piuttosto che tu hai poca esperienza”, ribatté la Regina. “quando avevo la tua età, lo facevo sempre per mezz’ora al giorno. Talvolta addirittura sono riuscita a credere a sei cose impossibili prima della colazione”.
(Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll)

Dei molti processi vitali che attraversano l’organizzazione oggi, la cultura della creatività è tra quelli più necessari per affrontare la complessità dei cambiamenti in atto e poter accedere ai giochi della competizione.
Nella società del capitalismo postmoderno, infatti, non è più la produzione di beni a caratterizzare i mercati, non più il know-how tecnologico a portata di tutti, ma sono i saperi e la conoscenza a dettare le forme della concorrenza e del profitto.
Essere innovativi e veloci su questi terreni è quel che conta per rimanere al centro delle nuove forme di sviluppo dei mercati.
La cultura della creatività implica lo sviluppo della consapevolezza di muoversi in un mondo dove non esistono più modelli precostituiti e validi per ogni situazione, in cui non esistono schemi obbligati; ciò rende la creatività non più un elemento caratteristico di alcune funzioni o individui, ma un atteggiamento ed un’abilità che devono essere propri dell’intera organizzazione.
La creatività non può essere appresa nel vuoto, non è qualcosa che si realizza a comando, è una forma di interazione tra chi apprende e l' ambiente.

Ma è anche, la cultura della creatività, la più impertinente e la più sovversiva delle consolidate pratiche quotidiane del fare organizzativo e, di conseguenza quella che trova maggiori resistenze nella conquista di spazi di condivisione e accettazione nelle maglie della catena gerarchica e dei ruoli consolidati.

Sto parlando qui non della creatività come virtù artistica, geniale, innata e/o acquisita, di un particolare individuo, ma piuttosto di un orientamento, di una volontà, di una disposizione alla creatività che può essere certamente del singolo ma anche di una comunità che abbia scelto di adottare la creatività come stile, modalità propria per sperimentarsi in forme nuove di relazione, affrontare i problemi e innescare processi di innovazione.

E’ la disposizione a credere che anche ciò che ci appare impossibile ha la sua ragione di esistere, così come risponde la Regina ad Alice, decisamente sfiduciata nella possibilità di credere a cose impossibili.
[...]
Per fare spazio alla cultura della creatività un singolo, un gruppo, un’organizzazione dovrà prepararsi a distruggere prima che costruire. (Schumpeter ). Per capire ciò basta far riferimento alle azioni più tipiche che mettiamo in atto nelle attività pratiche.
Per rinnovare un tavolo del suo colore è necessario togliere ciò che del precedente rivestimento rimane, per ristrutturare un’abitazione bisognerà accettare la scomparsa anche di spazi e funzionalità a cui ci eravamo abituati, anche il semplice buttare un vecchio abito a cui siamo affezionati ci costa energia psichica ed emotiva.
[...]
Maynard Keynes identificò il vero problema delle aziende più di mezzo secolo fa: "La difficoltà non sta nelle nuove idee, ma nel sottrarsi alle vecchie idee che si ramificano, per coloro che sono stati educati come quasi tutti noi, in tutti gli angoli della mente". [...] La cultura della creatività sovverte i principi su cui molto spesso, nelle aziende, si prendono le decisioni:
“si è sempre fatto in questo modo, questo è il modo giusto di agire, il nostro capo vuole che si agisca in questo modo, secondo la nostra ricerca e i nostri dati è così che bisogna fare”
sostituendolo con un principio molto più ansiogeno e destrutturato: proviamo e vediamo...
[...]
Molto spesso invece quello che accade è che proprio perché i mercati, le strategie competitive e le normative cambiano, i modelli mentali preesistenti dei clienti e dei loro bisogni, dei concorrenti e delle loro strategie, delle regole del gioco e del gioco stesso, cambiano, mentre le organizzazioni tendono ad eccellere nel fare ciò che “era importante ieri ".
I sistemi di controllo direzionale limitano la creatività a causa della loro dipendenza dalla razionalità : ordine, routine, responsabilità, ruolo, potere, sistemi di misurazione sono i cardini della razionalità a cui siamo tanto affezionati.

La creatività mira a espandere il contesto entro cui prendere la decisione, si preoccupa più di porre le domande giuste che non di arrivare alla risposta nel modo più rapido possibile, si concentra in pari misura sull'attenta osservazione dei fatti e sull'interpretazione dei fatti.
Si concentra in pari misura sulle competenze di riflessione (che richiedono un certo distacco temporale dal problema) e sulle competenze di focalizzazione intuitiva che tendono ad accelerare i tempi di risoluzione dei problemi.
Non è l'assenza di regole che alimenta la creatività, ma è l'eccesso di regole che la inibisce.

lunedì 2 febbraio 2009

Consigli di lettura: Paul Watzlawick - Istruzioni per rendersi infelici


Se siete intossicati per aver seguito scrupolosamente una mezza dozzina di improbabili ricette per la felicità, se ne avete abbastanza dei dissennati consigli di guru e sessuologi, tecnocrati e maestri di vita, delle prediche sull’essere anziché l’avere e sulla pace interiore, questo libro fa per voi. Egualmente, non potrete che apprezzare questa "modesta proposta" per apprendere a rendersi infelici, se ritenete che il semaforo diventi rosso proprio per voi; se l’assiduo esercizio del sospetto ha finito per plasmare il vostro intuito; se dite spesso: "L’avevo detto io..."; se provate un fremito (d’inconfessabile gioia? d’ira?) quando vi si rivolge la paradossale e paralizzante esortazione: "Sii spontaneo!"... Per aggredire, in un impeto di filantropia, un’aspirazione tanto funesta, un concetto così incistato nella nostra tradizione - la felicità -, Watzlawick mobilita tutti gli espedienti argomentativi, tutti i mezzi, dall’intelligenza critica allo humor nero, mettendoci di fronte uno specchio ironico, tenendo viva una costante tensione tra il divertimento e il disagio di riconoscerci, ma non privandoci del piacere d’interpretare il messaggio: come rendersi felicemente infelici? come evitare di procurarsi infelicità di troppo? o altro? (Note di copertina)
.......
In questi tempi di crisi i musi lunghi intorno a noi sembrano invitarci ad adeguare l'umore al contesto, quasi fosse di cattivo gusto mostrarsi troppo allegri...Questo pensiero mi ha dunque ispirato l'acquisto di un libro dal titolo quanto mai provocatorio: Istruzioni per rendersi infelici. Ve lo suggerisco caldamente.

Approfittando della relativa tranquillità concessami da un principio di raffreddamento, ho divorato questo breve saggio con l’avidità famelica di un nevrotico in cerca di catarsi: ebbene sì, anche io di tanto in tanto indugio in qualche masochistico gioco di autocommiserazione. E ne sorrido con distacco, consapevole della trappola, un vizio antico quanto l’umanità: l’illusione dell’'infelicità necessaria'.

E' vero: noi umani amiamo pensare che l’infelicità sia (sempre e solo) fuori di noi, una variabile esogena insomma... una condizione ineluttabile che ci travolge e da cui cerchiamo vanamente di fuggire per tutta la vita.
Eppure la felicità è uno stato mentale che ci appartiene proprio in quanto essere umani: è una qualità insita nella libertà e nella consapevolezza di sé di tutti gli esseri senzienti. Perché la felicità è prima di tutto una scelta – siamo infatti liberi di reagire agli eventi sfavorevoli senza lasciarci soffocare da essi, separando ‘ciò che succede’ nella vita, da ‘ciò che siamo’ – ed è quindi consapevolezza della nostra natura, che ci sovviene quando dimentichiamo di voler soffrire, quando smettiamo di ricercare ossessivamente le ragioni per cui 'dobbiamo' essere infelici.

Vale la pena di riportare in proposito la conclusione del libro, che cita Dostoevskij:
“Tutto è buono ….Tutto. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”

Ve la lascio come riflessione della sera…

Les Farfadais - Lo 'Spirito' del Talento

MANA, 'lo spirito delle cose', è il titolo di questo spettacolo di 'circo visuale' nato dall'idea di due fratelli italo-francesi che intorno a sè hanno raccolto un gruppo di stupefacenti artisti-atleti con cui si apprestano a conquistare ogni platea del mondo.

Stéphane, Alexandre, Emiliano, Claudia, Francesca sono solo alcuni dei nomi che dovrei citare della compagnia Les Farfadais, ma ho scelto loro perchè sono amici: abbiamo mangiato insieme,visitato Parigi insieme; sono stata ospite nel loro loft-palestra, li ho ospitati in casa e nel mio camper....insomma, ho partecipato a tratti alla loro quotidiana normalità. Ho potuto così vedere 'oltre' la professione, le scene e i costumi (tutto rigorosamente made by farfadais!) e ho cercato di capire cosa si cela dietro un talento dirompente come il loro.

Credo che prima di tutto ci sia l'assoluta consapevolezza di aver ricevuto un dono, della necessità del sacrificio (avete idea di quanto dolore sia necessario imparare a sopportare per compiere quelle acrobazie aeree?), della responsabilità che comporta la propria scelta professionale, della disciplina, del rispetto verso gli altri (colleghi e pubblico) e poi naturalmente tanta passione; una passione che tutto e sempre divora.

Stéphane ed Alexandre sono sempre in volo, anche quando sono a terra, creano incessantemente e tutto li incuriosisce e li ispira a creare: hanno un rapporto tutto loro con la realtà che sembrano perennemente trascendere incarnando perfettamente il Mana, quell' energia spirituale che dà il nome al loro più famoso spettacolo. Il loro talento è così forte da riverberare in ogni luogo in cui si esibiscono e, guardandoli, più di una persona, oltre me, potrà giungere a scorgervi fors'anche l'impronta del Divino.

Mi chiedo che cosa sarebbe stato di loro se avessero preso altre strade, se le difficoltà degli inizi, i sacrifici, o qualche giudizio negativo li avesse fermati. Ma forse il Talento risiede proprio in questo: in una forza interiore che ti spinge a non arrenderti mai e che ti obbliga ad esercitare disciplina ferrea, in un'integrità che non ti concede alibi e giustificazioni costringendoti invece ad andare sempre un po' più in là dei tuoi limiti. Nonostante tutto.

Il talento non si può appendere all'attaccapanni quando torniamo a casa: è una qualità essenziale del nostro essere; è ciò che più di tutto fa di noi quello che siamo; è lì con noi quando facciamo la spesa o chiaccheriamo con gli amici al bar; è una luce che brilla e come tale deve essere lasciata in vista, non solo perchè è bello ammirarla, ma anche perché rende visibile agli occhi quello che intorno altrimenti resterebbe nell'ombra.