MONDO NUOVO La crisi? L'occasione per ricominciare. L'amore? Al centro di tutto. Il sociologo francese che si sente "in cammino" parla di caos, felicità e futuro, proponendo come soluzione l'eco-sofia
di Carlotta Mismetti Capua (da la Repubblica delle Donne Web di oggi)
Il mondo così com'è non va. Non vanno le città, aliene e malsane. Non va l'educazione, che manca di comprensione degli altri e conoscenza del pianeta. Non va l'economia, lontana dai nostri bisogni e dall'ecologia. E i rapporti umani sono solitari, senza poesia. Ma anche il nostro futuro non se la passa meglio: è fermo agli anni Sessanta e non ce ne siamo accorti. Secondo il sociologo francese Edgar Morin è tempo di reinventare tutto, partendo proprio dall'amore. E la crisi è l'occasione perfetta per ricominciare. "È necessaria una metamorfosi planetaria", ci spiega. "Abbiamo creduto che lo sviluppo tecnologico ed economico sarebbe stato la locomotiva della democrazia e del benessere. Ma oggi bisogna sostituire l'egemonia della quantità con quella della qualità, e mettere al centro beni immateriali come l'amore e la felicità". Edgar Morin, 88 anni e una carriera intellettuale tra le più brillanti del secolo scorso - direttore del Cnrs (Centre national de la recherche scientifique), presidente dell'agenzia per la Cultura dell'Unesco e accademico onorario in più di 15 università in giro per il mondo - si è occupato di etnologia, televisione, cinema, linguaggio della cibernetica, teoria dei sistemi, pedagogia e materie che erano snobbate dagli intellettuali degli anni Cinquanta. Tanto che la sua biografia, uscita quest'anno in Francia e firmata da Emmanuel Lemieux, lo definisce fin dal titolo L'indisciplinato. Ma oggi Morin si interessa soprattutto di ecologia. Nei suoi libri e nel dibattito pubblico propone "l'eco-sofia politica", e invita le sinistre (compreso il Pd) ad adottarla per trasformare il mondo. Come può il pensiero ecologico aiutare la politica? "La politica del risparmio energetico per esempio è anche una politica che lotta contro le intossicazioni consumistiche delle classi medie. È necessario che comprendiamo, e cominciamo a calcolare, anche l'ecologia della natura umana. La sofferenza, la felicità, l'amore, insomma tutto quello che è importante nelle nostre vite e che sembra extra-sociale, strettamente personale, non entra a far parte del Pil di un Paese. Tutte le soluzioni sono quantitative: ma quando la politica prenderà in considerazione l'immenso bisogno d'amore degli uomini?". Nel Metodo ha scritto che l'amore è la sola autentica religione dell'iper-complesso. Nella sua vita cosa ha imparato dell'amore? "L'amore per degli esseri iper-mammiferi come noi è la possibilità di rinascere, di ricominciare. Come cantava Bob Dylan, quello che non sta per nascere sta per morire: non c'è che l'estasi degli incontri per rigenerarci. E questo vale anche a livello collettivo: ho avuto la fortuna di vivere la liberazione di Parigi, nel maggio del 1968, e altri momenti di estasi della storia. Oggi mi pare sia uno di questi: non è straordinario che Barack Obama guidi gli Stati Uniti? L'imprevisto ci sorprende sempre, non bisogna mai dimenticare che è l'imprevisto a muovere il mondo". E invece, che cosa ci intossica? "Le idee semplificatrici. I pensieri chiari e distinti, che rifuggono l'oscurità, l'incertezza, la complessità. Quei pensieri che credono di possedere il mondo ma sono posseduti dal fantasma folle della lucidità". Qual è un pensiero sano? "Un pensiero ecologico è necessario ma non potrà essere sano se non accetta la propria follia. È nel dialogo tra ordine e disordine che sta l'anima del mondo. Nella nostra specie, particolarmente iper-psichica, iper-emotiva, il dialogo tra la misura e l'eccesso, tra la parte sapiens e quella demens, è indissolubilmente legato. Un vero pensiero ecologico deve avere orrore del sano: perché il migliore dei mondi possibili è anche il peggiore". La nostra società sembra più solitaria che solidale, per dirla con Camus. Come ricostruire quel che si è spezzato? "Camus, ecco, non separava il personale dal politico: negli anni Cinquanta, quando questo comportamento era visto con sospetto. Adesso è vero che abbiamo più solitudine che solidarietà: e devo ammettere che non siamo ancora riusciti a elaborare un pensiero politico che metta insieme l'ideale e l'esistenza di tutti i giorni, l'amore e la solidarietà". Lei afferma che le città sono oggi luoghi poco umani. Come è cambiata la sua Parigi? "Non è la stessa città dove sono cresciuto. Nuove solitudini, nuovi antagonismi, desideri frustrati e l'arresto di una prospettiva europea: tutto ciò ha reso la vita paralizzante. Ma io abito un mondo molto più grande di Parigi. Il Mediterraneo, per esempio, con i gusti musicali, gli odori, i piaceri". L'incertezza di oggi è sostenibile psicologicamente dagli esseri umani? "Siamo, come disse Heidegger, nel buio fondo della notte. Ma siamo anche al principio di un'alba, la seconda preistoria dell'uomo mondializzato. Non dobbiamo scordare che la vita è fragile, incerta e nello stesso tempo molto aperta: le potenzialità umane sono immense, dobbiamo usarle". Da oltre un secolo le malattie psichiche sono viste come malattie sociali. Come gestirle? "La follia fa profondamente parte della condizione umana: è solo il culto della ragione, dell'ordine, che non la considera umana. Ma è il culto stesso a essere demens, perché la parte irrazionale e oscura di noi uomini non è solo distruttrice o asociale. Genera anche la tenerezza, l'eros, l'estasi, la gioia, la fraternité. È molto utile costruire un dialogo con la nostro parte incosciente, senza volerla dominare". Secondo lei la sinistra non ha idee: come arrivare a giustizia e felicità? "La sinistra ha sempre coltivato lo spirito del cambiamento, ma oggi lo fa in forme frammentate. È necessario che la politica veda nell'incertezza radicale di questi tempi non tanto, o non solo, una minaccia di disordine e quindi una necessità di ordine (l'istanza della destra) ma la nascita, dolorosa certo, di una nuova società-mondo". Come possiamo superare "la nostra barbarie interiore"? "Abbiamo vissuto tanti disastri e tragedie, dal nazismo alla bomba atomica. Cosa altro ci serve per comprendere che siamo tutti perduti su questo pianeta? Per scoprire che non ci resta che amarci, fraternizzare, sentirci in una sola comunità di destino?". Che cosa la incanta ancora? "Piangere, amare, ridere, comprendere. Mi sento sempre in cammino, e nello stesso momento un vecchio, un adulto, un adolescente e un bambino. La curiosità e la passione hanno "fatto" la mia vita. Una curiosità onnivora e una infinita passione".
IL METODO DI EDGAR Umanista e studioso eclettico, Edgar Morin è conosciuto per l'interdisciplinarietà dei suoi lavori nei quali ha abbattuto le barriere tra le varie materie. Sta per arrivare in Italia, in un doppio appuntamento: l'11 novembre a Meet The Media Guru (iscrizioni gratuite fino ad esaurimento posti), a Milano, dove parlerà di "Etica della complessità", e dal 13 al 15 novembre al convegno "La qualità dell'integrazione scolastica", a Rimini: uscirà in quella occasione Rigenerare la parola politica (edizioni del Centro Studi Erickson, che ha divulgato recentemente anche un compendio della sua opera a cura di Sergio Manghi). Di lui Raffaello Cortina Editore ha pubblicato i sei volumi de Il metodo sulla complessità e Feltrinelli Pensare l'Europa, La vita della vita, Il cinema o l'uomo immaginario. Nel 1967 l'interesse di Edgar Morin per la comunicazione di massa si espresse nella rivista Communications, fondata con Georges Friedmann e Roland Barthes, di cui è condirettore, e che è disponibile online, archivi compresi (www.persee.fr/web/revues)
giovedì 29 ottobre 2009
venerdì 9 ottobre 2009
Meeting ManagerZen 2009: ci siamo proprio rotti i paradigmi!
Abbiamo svalicato quest'anno noi soci di ManagerZen e ci siamo dati appuntamento nella neonata 'Libera Repubblica di Alcatraz' sulle colline tra Gubbio e Perugia dove ha sede la più nota Libera Università di Alcatraz, fondata da Jacopo Fo.
E' stato un week end denso di incontri, di idee e di riflessioni comuni, ma soprattutto di molto entusiasmo e voglia di partire verso nuovi modelli organizzativi, verso un nuovo modo di fare impresa e - perchè no? - anche politica*.
Tra le mille suggestioni proposte, ne lancio qui una, quella con cui abbiamo aperto i lavori. E' un invito a rompere i paradigmi che ci tengono prigionieri, i modelli, i modus operandi, le abitudini personali e lavorative che applichiamo pervicacemente anche quando cessano di avere un qualche successo evolutivo e che anzi ormai sono diventati un ostacolo sulla strada dell'evoluzione nostra e delle organizzazioni in cui lavoriamo. Basta con i tormentoni di :"...abbiamo sempre fatto così", "squadra che vince non si cambia", si stava meglio quando si stava peggio", "fan tutti cosi!", "non si è mai vista una cosa del genere", "non è possibile che.... "e chi più ne ha più ne metta. Basta con le etichette di genere, le omologazioni, la massificazione anche del pensiero, basta con l'anestesia totale di spirito e mente in cui sembra voglia farsi inghiottire la nostra civiltà. Non è necessario credere che tutto ciò sia ineluttabile, e se un contesto non ci piace, non chiediamo agli altri di incominciare a cambiare: facciamolo noi per primi e per iniziare bene, prima di agire o di parlare sulla scorta di una qualche certezza, chiediamoci se ciò che 'vendiamo' come verità universale non sia per caso solo un vecchio paradigma da superare...
*NOTA: faccio qui un piccolo atto politico e mi dissocio pubblicamente e completamente dal 'paradigma dell'Italianità' mostrato in questo video propagandistico. Dichiaro inoltre di sentirmi offesa, come cittadina, dal messaggio ivi contenuto e a che me è suonato come un invito alla secessione. Si tratta (nientepopodimenoche!) del video utilizzato dal PDL al domani della rielezione di Berlusconi....chi non l'avesse ancora visto è invitato a cliccare qui. (Ma vi prego di guardarlo con il dovuto distacco emotivo; in fondo, se non fosse vero, avrei potuto pensare ad uno scherzo con la regia di Mel Brooks.)
E' stato un week end denso di incontri, di idee e di riflessioni comuni, ma soprattutto di molto entusiasmo e voglia di partire verso nuovi modelli organizzativi, verso un nuovo modo di fare impresa e - perchè no? - anche politica*.
Tra le mille suggestioni proposte, ne lancio qui una, quella con cui abbiamo aperto i lavori. E' un invito a rompere i paradigmi che ci tengono prigionieri, i modelli, i modus operandi, le abitudini personali e lavorative che applichiamo pervicacemente anche quando cessano di avere un qualche successo evolutivo e che anzi ormai sono diventati un ostacolo sulla strada dell'evoluzione nostra e delle organizzazioni in cui lavoriamo. Basta con i tormentoni di :"...abbiamo sempre fatto così", "squadra che vince non si cambia", si stava meglio quando si stava peggio", "fan tutti cosi!", "non si è mai vista una cosa del genere", "non è possibile che.... "e chi più ne ha più ne metta. Basta con le etichette di genere, le omologazioni, la massificazione anche del pensiero, basta con l'anestesia totale di spirito e mente in cui sembra voglia farsi inghiottire la nostra civiltà. Non è necessario credere che tutto ciò sia ineluttabile, e se un contesto non ci piace, non chiediamo agli altri di incominciare a cambiare: facciamolo noi per primi e per iniziare bene, prima di agire o di parlare sulla scorta di una qualche certezza, chiediamoci se ciò che 'vendiamo' come verità universale non sia per caso solo un vecchio paradigma da superare...
*NOTA: faccio qui un piccolo atto politico e mi dissocio pubblicamente e completamente dal 'paradigma dell'Italianità' mostrato in questo video propagandistico. Dichiaro inoltre di sentirmi offesa, come cittadina, dal messaggio ivi contenuto e a che me è suonato come un invito alla secessione. Si tratta (nientepopodimenoche!) del video utilizzato dal PDL al domani della rielezione di Berlusconi....chi non l'avesse ancora visto è invitato a cliccare qui. (Ma vi prego di guardarlo con il dovuto distacco emotivo; in fondo, se non fosse vero, avrei potuto pensare ad uno scherzo con la regia di Mel Brooks.)
mercoledì 23 settembre 2009
Il nuovo portale dedicato al mondo del lavoro che mi piace...

H-Farm, il venture incubator internazionale di cui vi ho parlato già in passato (vedi Archivio post), ha recentemente presentato UannaBe, la nuova startup incentrata sul mondo del lavoro.
UannaBe introduce molte novità: c'è per esempio la video risposta, che permette di rispondere ad un annuncio registrando con la propria web-cam "il perchè ci si sente adatti al ruolo proposto" così come il CV Maker, che aiuta e guida nella creazione del proprio Curriculum e anche un messaggio di alert che comunica all'interno della propria 'lounge' che curriculum e video risposta sono stati visti dall'azienda. Ci sono inoltre una serie di servizi 2.0 che connetteranno il portale e gli utenti al mondo dei social network.
A sostegno invece delle aziende è stato introdotto il servizio di match automatico, che permette di effettuare una scrematura iniziale sui numerosi curricula ricevuti, con un notevole risparmio di tempo per i selezionatori.
Da provare.
mercoledì 29 luglio 2009
Arrivederci a Settembre!
lunedì 6 luglio 2009
9 luglio 2009: Conferenza su ' La responsabilità sociale d'impresa tra Etica e Spiritualità', con Giuseppe Robiati

"Il più importante ruolo che le imprese economiche devono svolgere nello sviluppo consiste nel fornire alle persone e alle istituzioni i mezzi con cui essi possano conseguire il vero scopo dello sviluppo , ossia costruire le basi di un nuovo ordine sociale che coltivi le illimitate potenzialità latenti nella coscienza umana. "
Il mondo degli affari , proprio negli ultimi 10 anni, sta tentando di dare una svolta alle proprie attività economiche cercando di rispondere ad una domanda che gli uomini di affari più sensibili vanno spesso ponendosi : “ quale e’ il ruolo e quale è l’influenza delle imprese nel campo sociale ?Possono le imprese aiutare lo sviluppo sociale nel proprio contesto “?
Riflettendo sul significato della citazione sopramenzionata, si può notare come nel mondo si siano aperte delle consultazioni incrociate tra economisti, filosofi e studiosi delle scienze sociali, che cercano risposte su questo possibile contributo delle imprese allo sviluppo.
E’ nato quindi un movimento di pensiero che ha portato una grande innovazione culturale nelle imprese. Noto col nome di CSR - Corporate Social Responsability e cioè (la) responsabilità sociale delle imprese, questo movimento sta influenzando le politiche sociali dei governi , le politiche finanziarie delle società, i libri di testo degli studenti di economia nelle università di tutto il pianeta e il mondo operativo del business.
Nel modello classico del capitalismo la definizione di impresa e’ quella che ne identifica lo scopo primario nella creazione di profitto. I due secoli passati sono stati ricchi di imprese e imprenditori che hanno usato questa definizione nel vero senso del termine ed hanno utilizzato il mercato e la propria abilità imprenditoriale e manageriale per aumentare il profitto con qualsiasi mezzo. Negli ultimi anni però, gli uomini d’affari hanno capito anche che numerosi danni erano stati effettuati sia alle popolazioni che al pianeta ed hanno iniziato una serie di riflessioni e consultazioni che hanno portato una maggiore consapevolezza, ed hanno capito che l’unica garanzia per una stabilità economica risiede nella capacità di creare “benessere” nella società in senso più ampio.
Questo “ in senso più ampio “ ha comportato una ridefinizione innovativa dell’impresa; non più esclusivamente orientata al raggiungimento di profitto a qualsiasi costo, bensì ad altri obiettivi quali:
“la felicità dei dipendenti, il miglioramento della qualità della vita della comunità che ruota attorno ad essa, , il miglioramento nell’applicazione dei valori , il miglioramento dell’ambiente dell’ecosistema “ ecc.
Si e’ quindi arrivati a schematizzare questi altri obiettivi in sei principali entità, “ sei dimensioni chiave” connesse con l’impresa, di qualsiasi natura essa sia, in qualsiasi campo essa lavori e produca, in qualsiasi luogo si trovi.
Entità chiave che, in economia, vengono chiamate “ stakeholders”, verso cui l’impresa ha delle responsabilità. E da qui nasce l’allineamento alla nuova visione degli imprenditori che qui sotto si ripete:
“Il più importante ruolo che le imprese economiche devono svolgere nello sviluppo consiste dunque nel fornire alle persone e alle istituzioni i mezzi con cui essi possano conseguire il vero scopo dello sviluppo , ossia costruire le basi di un nuovo ordine sociale che coltivi le illimitate potenzialità latenti nella coscienza umana.”
Per informazioni sul Relatore clicca qui.
Il mondo degli affari , proprio negli ultimi 10 anni, sta tentando di dare una svolta alle proprie attività economiche cercando di rispondere ad una domanda che gli uomini di affari più sensibili vanno spesso ponendosi : “ quale e’ il ruolo e quale è l’influenza delle imprese nel campo sociale ?Possono le imprese aiutare lo sviluppo sociale nel proprio contesto “?
Riflettendo sul significato della citazione sopramenzionata, si può notare come nel mondo si siano aperte delle consultazioni incrociate tra economisti, filosofi e studiosi delle scienze sociali, che cercano risposte su questo possibile contributo delle imprese allo sviluppo.
E’ nato quindi un movimento di pensiero che ha portato una grande innovazione culturale nelle imprese. Noto col nome di CSR - Corporate Social Responsability e cioè (la) responsabilità sociale delle imprese, questo movimento sta influenzando le politiche sociali dei governi , le politiche finanziarie delle società, i libri di testo degli studenti di economia nelle università di tutto il pianeta e il mondo operativo del business.
Nel modello classico del capitalismo la definizione di impresa e’ quella che ne identifica lo scopo primario nella creazione di profitto. I due secoli passati sono stati ricchi di imprese e imprenditori che hanno usato questa definizione nel vero senso del termine ed hanno utilizzato il mercato e la propria abilità imprenditoriale e manageriale per aumentare il profitto con qualsiasi mezzo. Negli ultimi anni però, gli uomini d’affari hanno capito anche che numerosi danni erano stati effettuati sia alle popolazioni che al pianeta ed hanno iniziato una serie di riflessioni e consultazioni che hanno portato una maggiore consapevolezza, ed hanno capito che l’unica garanzia per una stabilità economica risiede nella capacità di creare “benessere” nella società in senso più ampio.
Questo “ in senso più ampio “ ha comportato una ridefinizione innovativa dell’impresa; non più esclusivamente orientata al raggiungimento di profitto a qualsiasi costo, bensì ad altri obiettivi quali:
“la felicità dei dipendenti, il miglioramento della qualità della vita della comunità che ruota attorno ad essa, , il miglioramento nell’applicazione dei valori , il miglioramento dell’ambiente dell’ecosistema “ ecc.
Si e’ quindi arrivati a schematizzare questi altri obiettivi in sei principali entità, “ sei dimensioni chiave” connesse con l’impresa, di qualsiasi natura essa sia, in qualsiasi campo essa lavori e produca, in qualsiasi luogo si trovi.
Entità chiave che, in economia, vengono chiamate “ stakeholders”, verso cui l’impresa ha delle responsabilità. E da qui nasce l’allineamento alla nuova visione degli imprenditori che qui sotto si ripete:
“Il più importante ruolo che le imprese economiche devono svolgere nello sviluppo consiste dunque nel fornire alle persone e alle istituzioni i mezzi con cui essi possano conseguire il vero scopo dello sviluppo , ossia costruire le basi di un nuovo ordine sociale che coltivi le illimitate potenzialità latenti nella coscienza umana.”
Per informazioni sul Relatore clicca qui.
Argomento correlato: Video di introduzione all'Associazione EBBF:
Ingresso al pubblico gratuito previa iscrizione a conferenceroom@fandis.it
giovedì 9 luglio - ore 20.30 - sala conferenze Fandis, via per Castelletto 69, Borgo Ticino NO
Ingresso al pubblico gratuito previa iscrizione a conferenceroom@fandis.it
giovedì 9 luglio - ore 20.30 - sala conferenze Fandis, via per Castelletto 69, Borgo Ticino NO
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giovedì 11 giugno 2009
Se Gesù fosse nato ieri, farebbe il Manager?

Da un articolo del Corriere del febbraio 2008:
Le qualità del capo ideale? Carisma, capacità di motivazione, fiducia nel team. E un mix di umiltà e fermezza, unite a una certa visione del futuro. Un po' come Gesù, insomma, che secondo un terzo degli impiegati italiani, è il modello ideale di capo anche sul lavoro.
Meglio di condottieri, leader politici e militari, che, da John Fitzgerald Kennedy a Napoleone, da Giulio Cesare a Garibaldi, cedono il passo nella top ten dei leader storici. Al secondo posto il profeta della non violenza Gandhi, che batte il rivoluzionario Che Guevara. E' quanto emerge da un'indagine condotta da Accor Services, società che si occupa di soluzioni innovative per coniugare benessere e produttività in azienda (dai famosi Ticket Restaurant ai Compliments fino al maggiordomo in ufficio) nell'ambito di un'iniziativa chiamata ''Il segreto del successo'', che ha coinvolto oltre 20.000 dipendenti italiani, maschi e femmine, appartenenti a settori aziendali differenti, per eleggere il capo ideale. A sorpresa, Gesù ha letteralmente sbaragliato gli avversari, raccogliendo ben il 35% delle preferenze (in pratica una su tre) e distaccando notevolmente il secondo posto di Gandhi, fermo al 22,2%, e il terzo di Che Guevara (9,1%). Insomma tre diversi tipi di rivoluzionari guidano la classifica dei leader più amati. Insomma, anche in ufficio Gesù è senza dubbio il capo ideale. Curiosamente, nella classifica stilata da Accor Services non figura nessun guru dell'economia o del mondo delle imprese, e scarseggiano anche i leader politici veri e propri. […]
Ho ritrovato lo stralcio di questo articolo tra alcune vecchie cartacce che albergano sulla mia scrivania e non ho potuto fare a meno di ripensare a un’immagine evangelica che mi è particolarmente cara (nonchè, credetemi, fonte di quasi quotidiana ispirazione professionale): il Cristo inginocchiato al cospetto degli apostoli, intento a lavare loro i piedi. Che immagine forte e bellissima, vero?
Provengo da una famiglia dichiaratamente laica, e in alcuni casi anche apertamente anti-clericale, eppure sin da piccola ho sentito un’intensa attrazione per la figura di Gesù in quanto figura storica reale e uomo straordinariamente moderno. Quel suo gesto allora, seguendone un’interpretazione non condizionata dalla fede, appare ancora più rivoluzionario e potente: Dio certo è capace di gesti infinitamente generosi e amorevoli, ma per un uomo, quanto può essere costato piegarsi al servizio dei propri servitori? In questo senso l’atto caritatevole di Gesù diventa un messaggio ancora più incisivo nei confronti della modernità e impone a chiunque è chiamato oggi a guidare altri uomini (e donne, naturalmente…) a ‘sacrificarsi’ (nel senso etimologico del termine di ‘fare sacro’) e agire unicamente per il bene loro, con umiltà e spirito di giustizia. Ma quanti di noi Managers operano davvero seguendo l’esempio cristiano? Quanto ci metteremo ancora a capire che la nostra autorità non verrà sminuita servendo, ma al contrario ne sarà accresciuta? Ed è solo una questione di autorevolezza…oppure è il Potere ciò cui relamente aspiriamo dietro al paravento di mille buone intenzioni?
Per par condicio, concludo con una bella didascalia all’immagine sopra riportata, tratta da un libro di un autorevolissimo esponente della Chiesa. I presupposti sono diversi dai miei, ma restano identiche, nella sostanza, le conclusioni.
“Il gesto di Gesù è un gesto rivelatore che ci dice non soltanto ciò che Gesù ha fatto, ma ciò che Dio è. E qui ci troviamo davanti ad un mistero paradossale: Gesù manifesta Dio ‘come’ a servizio dell’Uomo. Ma se Dio è ciò che egli ci manifesta di sè in quanto si pone al nostro servizio e se il Logos, che è la ragione ultima di tutte le cose, si manifesta come chi è a totale disposizione nostra, allora ci viene anche rivelato il senso ultimo della nostra esistenza, che è la nostra totale disponibilità agli altri”
Carlo Maria Martini, Il Vangelo secondo Giovanni, Roma (Borla), 212
Su questo tema, che mi sembra attualissimo in un momento in cui la situazione economica e il mercato del lavoro stanno mettendo molti lavoratori in difficoltà, vorrei che tutti i lettori, che si occupano come me di persone nei contesti aziendali, si impegnassero in una sincera riflessione e si ponessero di fronte a questo esempio evangelico in un sereno atteggiamento di autovalutazione.
Chi vuole, è ovviamente più che benvenuto a condividere qui i suoi pensieri…
Le qualità del capo ideale? Carisma, capacità di motivazione, fiducia nel team. E un mix di umiltà e fermezza, unite a una certa visione del futuro. Un po' come Gesù, insomma, che secondo un terzo degli impiegati italiani, è il modello ideale di capo anche sul lavoro.
Meglio di condottieri, leader politici e militari, che, da John Fitzgerald Kennedy a Napoleone, da Giulio Cesare a Garibaldi, cedono il passo nella top ten dei leader storici. Al secondo posto il profeta della non violenza Gandhi, che batte il rivoluzionario Che Guevara. E' quanto emerge da un'indagine condotta da Accor Services, società che si occupa di soluzioni innovative per coniugare benessere e produttività in azienda (dai famosi Ticket Restaurant ai Compliments fino al maggiordomo in ufficio) nell'ambito di un'iniziativa chiamata ''Il segreto del successo'', che ha coinvolto oltre 20.000 dipendenti italiani, maschi e femmine, appartenenti a settori aziendali differenti, per eleggere il capo ideale. A sorpresa, Gesù ha letteralmente sbaragliato gli avversari, raccogliendo ben il 35% delle preferenze (in pratica una su tre) e distaccando notevolmente il secondo posto di Gandhi, fermo al 22,2%, e il terzo di Che Guevara (9,1%). Insomma tre diversi tipi di rivoluzionari guidano la classifica dei leader più amati. Insomma, anche in ufficio Gesù è senza dubbio il capo ideale. Curiosamente, nella classifica stilata da Accor Services non figura nessun guru dell'economia o del mondo delle imprese, e scarseggiano anche i leader politici veri e propri. […]
Ho ritrovato lo stralcio di questo articolo tra alcune vecchie cartacce che albergano sulla mia scrivania e non ho potuto fare a meno di ripensare a un’immagine evangelica che mi è particolarmente cara (nonchè, credetemi, fonte di quasi quotidiana ispirazione professionale): il Cristo inginocchiato al cospetto degli apostoli, intento a lavare loro i piedi. Che immagine forte e bellissima, vero?
Provengo da una famiglia dichiaratamente laica, e in alcuni casi anche apertamente anti-clericale, eppure sin da piccola ho sentito un’intensa attrazione per la figura di Gesù in quanto figura storica reale e uomo straordinariamente moderno. Quel suo gesto allora, seguendone un’interpretazione non condizionata dalla fede, appare ancora più rivoluzionario e potente: Dio certo è capace di gesti infinitamente generosi e amorevoli, ma per un uomo, quanto può essere costato piegarsi al servizio dei propri servitori? In questo senso l’atto caritatevole di Gesù diventa un messaggio ancora più incisivo nei confronti della modernità e impone a chiunque è chiamato oggi a guidare altri uomini (e donne, naturalmente…) a ‘sacrificarsi’ (nel senso etimologico del termine di ‘fare sacro’) e agire unicamente per il bene loro, con umiltà e spirito di giustizia. Ma quanti di noi Managers operano davvero seguendo l’esempio cristiano? Quanto ci metteremo ancora a capire che la nostra autorità non verrà sminuita servendo, ma al contrario ne sarà accresciuta? Ed è solo una questione di autorevolezza…oppure è il Potere ciò cui relamente aspiriamo dietro al paravento di mille buone intenzioni?
Per par condicio, concludo con una bella didascalia all’immagine sopra riportata, tratta da un libro di un autorevolissimo esponente della Chiesa. I presupposti sono diversi dai miei, ma restano identiche, nella sostanza, le conclusioni.
“Il gesto di Gesù è un gesto rivelatore che ci dice non soltanto ciò che Gesù ha fatto, ma ciò che Dio è. E qui ci troviamo davanti ad un mistero paradossale: Gesù manifesta Dio ‘come’ a servizio dell’Uomo. Ma se Dio è ciò che egli ci manifesta di sè in quanto si pone al nostro servizio e se il Logos, che è la ragione ultima di tutte le cose, si manifesta come chi è a totale disposizione nostra, allora ci viene anche rivelato il senso ultimo della nostra esistenza, che è la nostra totale disponibilità agli altri”
Carlo Maria Martini, Il Vangelo secondo Giovanni, Roma (Borla), 212
Su questo tema, che mi sembra attualissimo in un momento in cui la situazione economica e il mercato del lavoro stanno mettendo molti lavoratori in difficoltà, vorrei che tutti i lettori, che si occupano come me di persone nei contesti aziendali, si impegnassero in una sincera riflessione e si ponessero di fronte a questo esempio evangelico in un sereno atteggiamento di autovalutazione.
Chi vuole, è ovviamente più che benvenuto a condividere qui i suoi pensieri…
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vangelo
giovedì 28 maggio 2009
Il responsabile delle Risorse Umane

Ecco un libro che potrete mettere in valigia per le vostre prossime vacanze: non si tratta di un manuale per addetti ai lavori, bensì di un 'noir' scritto da un professore di letteratura comparata, Abraham Ben Yehoshua, presso l'università di Haifa (Israele) ed edito da Einaudi nella collana Super ET. Prezzo: € 11,00.
Abstract:
Un terrorista suicida si fa esplodere in un mercato di Gerusalemme. Una donna muore. Era straniera, viveva da sola in una squallida baracca di un quartiere di religiosi. Nessuno va a reclamare il suo cadavere all'obitorio del Monte Scopus. Eppure Julia Regajev aveva ancora formalmente un lavoro, come addetta alle pulizie in un grande panificio della città. Un giornalista senza scrupoli sfrutta il caso per imbastire uno scandalo e denuncia la 'mancanza di umanità' dell'azienda, che non si è nemmeno accorta dell'assenza della dipendente.
Tocca al responsabile delle risorse umane, spedito in missione dall'anziano proprietario del panificio, cercare di rimediare al danno d'immagine. Ma il viaggio verso la compassionevole sepoltura della donna si rivela per lui molto più importante di un'operazione di facciata nei confronti dell'opinione pubblica. Per un personaggio di Yehoshua, essere responsabile significa non tanto essere colpevole, ma soprattutto portare attivamente il peso di un imperativo morale. Così il responsabile delle risorse umane impara che anche una piccola colpa, come quella di cui si è macchiata la sua azienda, non va trascurata, perchè anche le piccole colpe possono avere un potere terribile.
Buona lettura!
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