giovedì 11 giugno 2009

Se Gesù fosse nato ieri, farebbe il Manager?


Da un articolo del Corriere del febbraio 2008:

Le qualità del capo ideale? Carisma, capacità di motivazione, fiducia nel team. E un mix di umiltà e fermezza, unite a una certa visione del futuro. Un po' come Gesù, insomma, che secondo un terzo degli impiegati italiani, è il modello ideale di capo anche sul lavoro.
Meglio di condottieri, leader politici e militari, che, da John Fitzgerald Kennedy a Napoleone, da Giulio Cesare a Garibaldi, cedono il passo nella top ten dei leader storici. Al secondo posto il profeta della non violenza Gandhi, che batte il rivoluzionario Che Guevara. E' quanto emerge da un'indagine condotta da Accor Services, società che si occupa di soluzioni innovative per coniugare benessere e produttività in azienda (dai famosi Ticket Restaurant ai Compliments fino al maggiordomo in ufficio) nell'ambito di un'iniziativa chiamata ''Il segreto del successo'', che ha coinvolto oltre 20.000 dipendenti italiani, maschi e femmine, appartenenti a settori aziendali differenti, per eleggere il capo ideale. A sorpresa, Gesù ha letteralmente sbaragliato gli avversari, raccogliendo ben il 35% delle preferenze (in pratica una su tre) e distaccando notevolmente il secondo posto di Gandhi, fermo al 22,2%, e il terzo di Che Guevara (9,1%). Insomma tre diversi tipi di rivoluzionari guidano la classifica dei leader più amati. Insomma, anche in ufficio Gesù è senza dubbio il capo ideale. Curiosamente, nella classifica stilata da Accor Services non figura nessun guru dell'economia o del mondo delle imprese, e scarseggiano anche i leader politici veri e propri. […]

Ho ritrovato lo stralcio di questo articolo tra alcune vecchie cartacce che albergano sulla mia scrivania e non ho potuto fare a meno di ripensare a un’immagine evangelica che mi è particolarmente cara (nonchè, credetemi, fonte di quasi quotidiana ispirazione professionale): il Cristo inginocchiato al cospetto degli apostoli, intento a lavare loro i piedi. Che immagine forte e bellissima, vero?

Provengo da una famiglia dichiaratamente laica, e in alcuni casi anche apertamente anti-clericale, eppure sin da piccola ho sentito un’intensa attrazione per la figura di Gesù in quanto figura storica reale e uomo straordinariamente moderno. Quel suo gesto allora, seguendone un’interpretazione non condizionata dalla fede, appare ancora più rivoluzionario e potente: Dio certo è capace di gesti infinitamente generosi e amorevoli, ma per un uomo, quanto può essere costato piegarsi al servizio dei propri servitori? In questo senso l’atto caritatevole di Gesù diventa un messaggio ancora più incisivo nei confronti della modernità e impone a chiunque è chiamato oggi a guidare altri uomini (e donne, naturalmente…) a ‘sacrificarsi’ (nel senso etimologico del termine di ‘fare sacro’) e agire unicamente per il bene loro, con umiltà e spirito di giustizia. Ma quanti di noi Managers operano davvero seguendo l’esempio cristiano? Quanto ci metteremo ancora a capire che la nostra autorità non verrà sminuita servendo, ma al contrario ne sarà accresciuta? Ed è solo una questione di autorevolezza…oppure è il Potere ciò cui relamente aspiriamo dietro al paravento di mille buone intenzioni?

Per par condicio, concludo con una bella didascalia all’immagine sopra riportata, tratta da un libro di un autorevolissimo esponente della Chiesa. I presupposti sono diversi dai miei, ma restano identiche, nella sostanza, le conclusioni.

“Il gesto di Gesù è un gesto rivelatore che ci dice non soltanto ciò che Gesù ha fatto, ma ciò che Dio è. E qui ci troviamo davanti ad un mistero paradossale: Gesù manifesta Dio ‘come’ a servizio dell’Uomo. Ma se Dio è ciò che egli ci manifesta di sè in quanto si pone al nostro servizio e se il Logos, che è la ragione ultima di tutte le cose, si manifesta come chi è a totale disposizione nostra, allora ci viene anche rivelato il senso ultimo della nostra esistenza, che è la nostra totale disponibilità agli altri”
Carlo Maria Martini, Il Vangelo secondo Giovanni, Roma (Borla), 212

Su questo tema, che mi sembra attualissimo in un momento in cui la situazione economica e il mercato del lavoro stanno mettendo molti lavoratori in difficoltà, vorrei che tutti i lettori, che si occupano come me di persone nei contesti aziendali, si impegnassero in una sincera riflessione e si ponessero di fronte a questo esempio evangelico in un sereno atteggiamento di autovalutazione.

Chi vuole, è ovviamente più che benvenuto a condividere qui i suoi pensieri…

giovedì 28 maggio 2009

Il responsabile delle Risorse Umane


Ecco un libro che potrete mettere in valigia per le vostre prossime vacanze: non si tratta di un manuale per addetti ai lavori, bensì di un 'noir' scritto da un professore di letteratura comparata, Abraham Ben Yehoshua, presso l'università di Haifa (Israele) ed edito da Einaudi nella collana Super ET. Prezzo: € 11,00.

Abstract:

Un terrorista suicida si fa esplodere in un mercato di Gerusalemme. Una donna muore. Era straniera, viveva da sola in una squallida baracca di un quartiere di religiosi. Nessuno va a reclamare il suo cadavere all'obitorio del Monte Scopus. Eppure Julia Regajev aveva ancora formalmente un lavoro, come addetta alle pulizie in un grande panificio della città. Un giornalista senza scrupoli sfrutta il caso per imbastire uno scandalo e denuncia la 'mancanza di umanità' dell'azienda, che non si è nemmeno accorta dell'assenza della dipendente.
Tocca al responsabile delle risorse umane, spedito in missione dall'anziano proprietario del panificio, cercare di rimediare al danno d'immagine. Ma il viaggio verso la compassionevole sepoltura della donna si rivela per lui molto più importante di un'operazione di facciata nei confronti dell'opinione pubblica. Per un personaggio di Yehoshua, essere responsabile significa non tanto essere colpevole, ma soprattutto portare attivamente il peso di un imperativo morale. Così il responsabile delle risorse umane impara che anche una piccola colpa, come quella di cui si è macchiata la sua azienda, non va trascurata, perchè anche le piccole colpe possono avere un potere terribile.

Buona lettura!

lunedì 11 maggio 2009

28 maggio 2009 : Conferenza su 'Felicità e lavoro' sul Lago Maggiore




Il ben essere lavorativo e la riflessione etica nel lavoro

di Alberto Peretti

Occorre partire da una constatazione tanto semplice quanto trascurata: quando lavoriamo non produciamo solo beni o servizi, ma produciamo noi stessi, diamo forma ad un pezzo assai significativo della nostra e dell’altrui esistenza. Quale vita produce il nostro lavoro? Quale salute, individuale e collettiva?

Da molto, troppo tempo il lavoro ha subito un processo di reificazione che ha indotto molti lavoratori a percepirsi come semplici funzioni, le loro realizzazioni come mere cose, il mondo del lavoro come retto soltanto da rapporti meccanici e strumentali mediati dal denaro.
Nel lavoro privato di tensione esistenziale l’essere umano non cerca la propria completezza, il proprio appagamento, la propria fioritura. In una parola, non cerca di produrre per sé e per gli altri una vita buona, una vita degna di essere vissuta. Il lavoro separato dagli elementi che rendono appagante e completa la vita lavorativa ridotto ad azione produttiva finalizzata al raggiungimento di uno scopo esterno ad essa e traducibile in un assoluto valore monetario genera mal essere, individuale e collettivo.

Il ben essere delle persone può e deve essere cercato non solo dopo il tempo di lavoro, ma anche al suo interno, riconnettendo le dinamiche produttive con la ricerca di una vita buona. Una qualsiasi proposta di civiltà si misurerà non da quanto marginalizzerà il lavoro, ma da quanto saprà e riuscirà a metterlo al proprio centro. Occorre cioè cercare il ben essere sociale non attraverso il lavoro, considerato come semplice momento e strumento produttivo o di arricchimento materiale, ma nel lavoro, inteso e valorizzato in quanto dimensione di buona esistenza.

L’intervento muove dall’idea che la riflessione etica è una condizione di ben essere lavorativo, che la salute nel lavoro è anche là dove le persone possono responsabilmente valutare, scegliere seguire indirizzi etici di comportamento. La riflessione etica permettere di osservare il lavoro quotidiano da una prospettiva più profonda e più ampia, che non sia soltanto la performanza o l’interesse economico, piuttosto l’arricchimento della dimensione umana, etica, spirituale, relazionale.
Anche grazie alla riflessione etica è possibile dotare il lavoro e i sistemi organizzativi di una vitale ed energizzante inquietudine spirituale. Ricollegando chi lavora alle profondità del suo animo, rompendo con il senso di estraneità e disinteresse che mortifica l’esistenza di molti.

Deve essere chiaro che l’etica lavorativa non ha nulla ha che fare né con la semplice deontologia professionale né con il banale “buonismo”. E’ innegabile che un lavoro riannodato alla profondità dell’esistenza di coloro che lavorano è un lavoro all’insegna della vera efficacia e dell’autentica efficienza. La creazione di condizioni per una vita buona nel lavoro è, tra l’altro, la migliore garanzia di qualità delle prestazioni e di eccellenza del servizio.

Ingresso gratuito. Per info e iscrizioni: conferenceroom@fandis.it

giovedì 7 maggio 2009

Potare

Leggo un pensiero di uno scrittore, Massimo Orlandi, che afferma: " Potare. Si comprende bene perché questo verbo lo usiamo solo per le piante. Perché potare se stessi è molto più difficile. Non ci è facile riconoscere i nostri rami secchi, non ci piace rinunciare a nulla di ciò che abbiamo, perché tutto ciò che abbiamo, almeno così ci sembra, ci è necessario. Ci lamentiamo, questo sì. Di relazioni personali imbrigliate in se stesse, di un lavoro che si è reso arido, di una vita sociale claustrofobica, dell'essere vincolati a troppe sicurezze. Ma riteniamo che tutte queste condizioni siano inevitabili e ci offriamo mille alibi per non toccarle. La potatura interviene per recidere le fronde di quei percorsi che si sono fatti sterili senza aspettare che marciscano, magari travolgendo parti sane. Guccini ci ricorda che " bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà”. L'azione del potare, di un potere saggio e tempestivo come quello del contadino, certo all'inizio crea un vuoto; ma poi, lentamente, apre i pori, fa filtrare energia nuova, ci fa sentire più liberi, più veri.
E' un gesto d'amore verso noi stessi, un impensabile gesto d'amore ".

Scrive ancora Luigi Padovese: “ Sono i distacchi che dobbiamo realizzare che ci riempiono di paura. Per questo ci capita di concentrare le nostre energie sul trattenere le cose. Ci si appesantisce inutilmente. Così ogni tanto sentiamo il bisogno di alleggerirci e di prendere il largo verso qualcosa di nuovo. Ci troviamo di fronte alla necessità di conciliare i nostri bisogni di sicurezza con i nostri bisogni di crescita.” Perché, citando Padre Vannucci, “ Chiunque vuole andare avanti nella vita bisogna che si distacchi, si separi, come il fiore si distacca dal bocciolo, il frutto dal fiore…rinuncia alla forma precedente per andare avanti”.

In un momento di quiete, riflettevo ieri su queste parole e sento che è giunto per me proprio uno di quei momenti in cui è necessario sbarazzarsi di qualche fardello inutile. Così ho cercato di visualizzare, di dare forma e contenuto al peso che sento gravarmi sulle spalle e ho stilato un primo elenco di ‘cose’ di cui vorrei liberarmi:
- in primis mi vorrei liberare di molti oggetti: mobili, vestiario, inutili supellettili. Dalla mia casa toglierei tutto ciò che non è strettamente necessario alla vita quotidiana (perché conservo 3 servizi di piatti, un numero imprecisato di bicchieri e tazze di tutte le fogge? Perché nell’armadietto del bagno albergano schiere di flaconi di bagnoschiuma? E l’elenco potrebbe proseguire per pagine…). Vorrei spazi vuoti, poche linee semplici e funzionali, un luogo visivamente riposante dove tutto abbia la propria precisa ragione d’essere;
- vorrei non dovermi preoccupare più di cosa indosso la mattina: qualcosa di comodo e dignitoso ma senza fronzolo alcuno. Una sorta di divisa che però non rappresenti altri che me stessa. Riconoscibile nella sua essenziale semplicità;
- vorrei potare gli inutili convenevoli, le salde ipocrisie della vita quotidiana, le convenzioni tutte e le sicurezze sventolate come bandiere per poter più spesso dire: “ Oggi non ho riposte per te, ma se vuoi possiamo trovarle insieme..”
- vorrei star fuori dai conflitti che non fanno crescere e servono soltanto a stabilire confini e potere;
- ma vorrei anche imparare a spegnere il bisogno latente di accettazione e riconoscimento che troppo spesso mi ha fatto esitare sulla strada della mia crescita e qualche volta mi ha persino indotto a piegare lungo una via non realmente desiderata;
- vorrei infine potermi lasciare alle spalle tutte le cose che mi sono state ‘date’ in eredità, in consegna, in regalo che non ho mai chiesto, che non mi servono o che addirittura mi rallentano la marcia;
- voglio imparare a non cercare più alibi per non soddisfare subito questi desideri.
- Voglio ripartire leggera e questo è il mio proposito di oggi.

E voi che cosa vorreste potare nella vostra vita o nelle vostre organizzazioni?

martedì 24 marzo 2009

Gone with the flow


per te Alessandra, per tutto quello che ci siamo raccontate e per il tuo giovane entusiasmo...

"Il viandante curioso entrò e vide uno spaccapietre che, madido di sudore, con mille imprecazioni stava tentando di squadrare, peraltro con risultati deludenti, un'enorme pietra di granito. Il viandante, curioso, gli chiese cosa in realtà stesse facendo. Lo spaccapietre rispose: "Non vede, devo cercare di squadrare questa maledetta pietra!". "E domani cosa farà?" chiese ancora il viandante, e lo spaccapietre rispose: "Ogni maledetto giorno devo squadrare pietre in questa maledettissima cava!". Il viandante lasciò lo spaccapietre e, proseguendo il suo cammino all'interno della cava, si imbattè in un altro spaccapietre. Anche lui madido di sudore, stava squadrando con ottimi risultati un'enorme pietra. Ma l'energia che esprimeva era completamente diversa da quella del primo spaccapietre. Il viandande domandò cosa stesse facendo e lo spaccapietre, sollevando la testa, lo guardò con occhi ricolmi di luce in un viso radioso e rispose: "Sto dando il mio miglior contributo per la costruzione di una splendida cattedrale".

Cito spesso questa parabola di Saint-Exupéry quando mi trovo a parlare di ‘Motivazione’ con colleghi Managers e lo faccio perché non credo che si possano realmente ‘motivare’ le persone. Almeno non direttamente, attraverso stimoli ‘esterni’ come premi e punizioni. Non nego che un qualche risultato a breve termine si possa anche ottenere con incentivi monetari e di carriera o con qualche benefit in più, ma siamo proprio sicuri che questi siano mezzi adatti a fidelizzare le persone, a renderle veramente creative ed efficienti? O non si tratta forse di un malcelato ricatto?


Negli ultimi trent’ anni, la Professoressa Teresa Amabile, studiosa dell’ Unità di Gestione Manageriale alla Harvard Business School, ha condotto estensive ricerche su studenti e professionisti per identificare i segreti della motivazione e ha scoperto che: primo, le ricompense incoraggiano le persone a concentrarsi strettamente su di un compito, svolgendolo nel modo più rapido possibile ed assumendosi pochi rischi. Secondo, le persone si sentono controllate dalla ricompensa. Si sentono meno autonome, e questo può interferire con le prestazioni. Infine, le ricompense estrinseche possono erodere la motivazione intrinseca. Le persone che percepiscono se stesse come se lavorassero per denaro, approvazione o successo competitivo trovano il loro lavoro meno piacevole, e perciò non lo svolgono bene.
Al contrario, la motivazione intrinseca nasce ove vi siano gratificazione nell’attività stessa, curiosità e senso di padronanza – dato dall’equilibrio tra obiettivo sfidante e consapevolezza delle proprie competenze - inoltre questo tipo di motivazione è strettamente legato alla sensazione di riuscire a contribuire ad un atto ‘generativo’.

Tutto ciò fa riflettere su quanto sia fondamentale incanalare le nostre emozioni verso il piacere di “fare quel che si fa” senza ostinatamente porre come condizione il risultato o la valutazione finale. Quando gli uomini e le donne sono impegnati in lavori che amano e vengono messi in grado di essere completamente immersi in un’attività nella quale sono valorizzati e riconosciuti, allora vedranno sgorgare la creatività. Anche nei momenti bui. Spesso ne traggono la sensazione di lavorare in uno ‘stato di grazia’ o ‘stato di flow’ - “… flow – the state in which people are so involved in an activity that nothing else seems to matter; the experience itself is so enjoyable that people will do it even at great cost, for the sheer sake of doing it.” (Csikzentmihalyi, 1991) - in cui il tempo sembra sospeso e tutto scorre rapidamente e fluidamente verso il risultato, in una sorta di totale coinvolgimento emozionale simile all’innamoramento. Lo stato di flow nasce ‘sull’orlo del caos’ tra 'noia' (indotta da basso contenuto sfidante) e ansietà (indotto da eccesso di pressione) ed è su questo sottile confine che i manager possono davvero costruire le condizioni favorevoli all’emergenza della motivazione: prima di tutto offrendo un progetto chiaro e di cui ci si possa ‘innamorare’, sfidante, ma non irraggiungibile, in cui sia richiesta una partecipazione creativa e non meramente esecutiva.

Prima conclusione: tutti abbiamo bisogno di denaro e cibo per vivere, ma solo alcuni di noi vivono per denaro o per ingozzarsi. Personalmente non credo che sarei felice di selezionare candidati appartenenti all’ultima categoria e non vorrei trattare gli altri come se vi appartenessero.
Seconda conclusione: ciascuno di noi ha diverse motivazioni che lo spingono ogni mattina ad alzarsi per andare al lavoro ( ambiente di lavoro, colleghi, obiettivi sfidanti, tipologia di lavoro, possibilità di carriera, formazione professionale ecc. ). Il primo errore di un Manager è quello di ritenere che tali differenze non siano rilevanti e che possa esistere un’unica strategia motivazionale valida per tutti.
Terza conclusione: se premi, aumenti e riconoscimenti vari hanno un effetto limitato nel tempo e non agiscono su tutti nello stesso modo e comunque non esiste una leva motivazionale che sia universale, allora come si può soddisfare la molteplicità di bisogni inespressi delle persone, come è possibile indirizzarli tutti quanti senza perdere di efficacia?

Forse è il tema della ‘Motivazione’ che è deviante, forse è un problema di prospettiva: stiamo guardando il dettaglio e ci sfugge il piano superiore, quello che vedremmo se facessimo un passo indietro e guardassimo ai macro-bisogni, o meglio, a quello che ne rimane quando la nostra sopravvivenza è assicurata. Il bisogno primario allora, quello che ci accomuna tutti, a tutte le latitudini e in tutte le comunità sociali è quello di ‘dare un senso’ al nostro agire. Abbiamo bisogno di sapere che ciò che facciamo ha uno scopo, la sua ragione di esistere. Che ciò che facciamo sia utile e in quanto tale apprezzato. Anche inconsapevolmente abbiamo bisogno di sentire che il nostro passaggio in un’azienda – come su questa terra, peraltro - lascerà una traccia, giungerà in qualche modo alle future generazioni. Siamo programmati per questo: è parte del nostro istinto alla sopravvivenza della specie. I buoni leader riconoscono il valore di questo sentire e alimentano l’energia della propria squadra intorno ad un progetto, una ‘Vision, in cui si possa riconoscere. Come si potrebbero motivare altrimenti degli spaccapietre, se non insegnando loro a vedere la cattedrale oltre la singola pietra da squadrare?

martedì 17 marzo 2009

Quando il lavoro è (soprattutto) passione per le persone


Dalle fertili menti di People Designers è nato un servizio di ricerca e selezione personale che rivoluziona il modo in cui i candidati e le aziende si affacceranno al mercato.

Peoplexpress è uno strumento di selezione permanente, un servizio in abbonamento per le aziende, che, in aggiunta a quello più standard di valutazione e selezione del personale 'a richiesta', potranno usufruire ora di un bacino costantemente aggiornato di canditati già preselezionati e disponibili, a costi equi e sostenibili. Per i candidati, invece, rappresenta un mezzo per acquisire visibilità in modo qualificato, con la certezza di poter in ogni momento consentire ai selettori l’accesso alle informazioni più recenti e restare in pole position (con una normale operazione di ‘refresh’). Il data base, infatti, è gestito da professionisti determinati a trovare il lavoro giusto alla persona giusta nell’azienda migliore per lei - e non è dunque un anonimo calderone di curricula incompleti, confusi, imprecisi e spesso obsoleti. Nella sostanza, Peoplexpress è quindi principalmente un servizio con un forte contenuto etico, che a mio avviso proprio per questo si appresta a segnare il passo alle future generazioni di consulenti.

A questo punto, mi preme precisare che non ho presentato qui questo servizio per motivi di lucro personali (il mio profitto è infatti pari a 0, 00 Euro), ma perché credo fermamente nella filosofia di fondo delle persone, amici ormai, che lavorano in People Designers. La loro idea nasce da anni di esperienza nel campo della selezione e della formazione e soprattutto dal sincero desiderio di offrire non solo qualcosa di diverso ed innovativo, ma anche un modo concreto di aiutare imprese (anche piccole e con piccoli budget) e persone in cerca di impiego ad incontrarsi per un duraturo e reciproco beneficio.

In chiusura, vorrei fare un appello a tutti i managers che si occupano come me di recruitment all’interno delle aziende, affinchè riflettano sul valore di una selezione condotta su base permanente: cercare qualcuno per una sostituzione, o quando ‘proprio non ne possiamo fare a meno’ non è un buon fondamento su cui costruire il futuro di una squadra e tanto meno di un’intera organizzazione! Lo è invece esplorare costantemente il territorio alla ricerca di un particolare talento, meglio ancora, alla ricerca di una ‘bella persona’, con la mente aperta e ricettiva, che si possa innamorare di un ‘bel progetto’- questo naturalmente a patto che ce ne sia uno da offrire…ma questa è tutta un’altra storia e potremo parlarne più avanti – piena di curiosità e voglia di imparare cose nuove. Forse non saremo in grado di assumerla immediatamente, però intanto la inseriamo in una sorta di ‘wish list’, ci avviamo un dialogo magari e, quando i tempi sono maturi, abbiamo finalmente la serenità necessaria ad affrontare la selezione definitiva non di un candidato accettabile, ma proprio di quello ‘giusto’. Perché accontentarsi di meno?

Per approfondimenti: www.peoplexpress.net

venerdì 20 febbraio 2009

La Cultura della Creatività


Pubblico un estratto dell' interessantissimo articolo di una nuova amica conosciuta al Convegno Este di Roma, lo scorso 12 febbraio.
Spero piaccia a voi quanto è piaciuto a me. Buona lettura!

di Maria Cecilia Santarsiero (Studio Santarsiero)

[...] “Inutile provarci”, disse Alice. “ non si può credere a cose impossibili”.
“Io direi piuttosto che tu hai poca esperienza”, ribatté la Regina. “quando avevo la tua età, lo facevo sempre per mezz’ora al giorno. Talvolta addirittura sono riuscita a credere a sei cose impossibili prima della colazione”.
(Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll)

Dei molti processi vitali che attraversano l’organizzazione oggi, la cultura della creatività è tra quelli più necessari per affrontare la complessità dei cambiamenti in atto e poter accedere ai giochi della competizione.
Nella società del capitalismo postmoderno, infatti, non è più la produzione di beni a caratterizzare i mercati, non più il know-how tecnologico a portata di tutti, ma sono i saperi e la conoscenza a dettare le forme della concorrenza e del profitto.
Essere innovativi e veloci su questi terreni è quel che conta per rimanere al centro delle nuove forme di sviluppo dei mercati.
La cultura della creatività implica lo sviluppo della consapevolezza di muoversi in un mondo dove non esistono più modelli precostituiti e validi per ogni situazione, in cui non esistono schemi obbligati; ciò rende la creatività non più un elemento caratteristico di alcune funzioni o individui, ma un atteggiamento ed un’abilità che devono essere propri dell’intera organizzazione.
La creatività non può essere appresa nel vuoto, non è qualcosa che si realizza a comando, è una forma di interazione tra chi apprende e l' ambiente.

Ma è anche, la cultura della creatività, la più impertinente e la più sovversiva delle consolidate pratiche quotidiane del fare organizzativo e, di conseguenza quella che trova maggiori resistenze nella conquista di spazi di condivisione e accettazione nelle maglie della catena gerarchica e dei ruoli consolidati.

Sto parlando qui non della creatività come virtù artistica, geniale, innata e/o acquisita, di un particolare individuo, ma piuttosto di un orientamento, di una volontà, di una disposizione alla creatività che può essere certamente del singolo ma anche di una comunità che abbia scelto di adottare la creatività come stile, modalità propria per sperimentarsi in forme nuove di relazione, affrontare i problemi e innescare processi di innovazione.

E’ la disposizione a credere che anche ciò che ci appare impossibile ha la sua ragione di esistere, così come risponde la Regina ad Alice, decisamente sfiduciata nella possibilità di credere a cose impossibili.
[...]
Per fare spazio alla cultura della creatività un singolo, un gruppo, un’organizzazione dovrà prepararsi a distruggere prima che costruire. (Schumpeter ). Per capire ciò basta far riferimento alle azioni più tipiche che mettiamo in atto nelle attività pratiche.
Per rinnovare un tavolo del suo colore è necessario togliere ciò che del precedente rivestimento rimane, per ristrutturare un’abitazione bisognerà accettare la scomparsa anche di spazi e funzionalità a cui ci eravamo abituati, anche il semplice buttare un vecchio abito a cui siamo affezionati ci costa energia psichica ed emotiva.
[...]
Maynard Keynes identificò il vero problema delle aziende più di mezzo secolo fa: "La difficoltà non sta nelle nuove idee, ma nel sottrarsi alle vecchie idee che si ramificano, per coloro che sono stati educati come quasi tutti noi, in tutti gli angoli della mente". [...] La cultura della creatività sovverte i principi su cui molto spesso, nelle aziende, si prendono le decisioni:
“si è sempre fatto in questo modo, questo è il modo giusto di agire, il nostro capo vuole che si agisca in questo modo, secondo la nostra ricerca e i nostri dati è così che bisogna fare”
sostituendolo con un principio molto più ansiogeno e destrutturato: proviamo e vediamo...
[...]
Molto spesso invece quello che accade è che proprio perché i mercati, le strategie competitive e le normative cambiano, i modelli mentali preesistenti dei clienti e dei loro bisogni, dei concorrenti e delle loro strategie, delle regole del gioco e del gioco stesso, cambiano, mentre le organizzazioni tendono ad eccellere nel fare ciò che “era importante ieri ".
I sistemi di controllo direzionale limitano la creatività a causa della loro dipendenza dalla razionalità : ordine, routine, responsabilità, ruolo, potere, sistemi di misurazione sono i cardini della razionalità a cui siamo tanto affezionati.

La creatività mira a espandere il contesto entro cui prendere la decisione, si preoccupa più di porre le domande giuste che non di arrivare alla risposta nel modo più rapido possibile, si concentra in pari misura sull'attenta osservazione dei fatti e sull'interpretazione dei fatti.
Si concentra in pari misura sulle competenze di riflessione (che richiedono un certo distacco temporale dal problema) e sulle competenze di focalizzazione intuitiva che tendono ad accelerare i tempi di risoluzione dei problemi.
Non è l'assenza di regole che alimenta la creatività, ma è l'eccesso di regole che la inibisce.