martedì 23 dicembre 2008

Bianco e Nero: i contrasti della piccola e media imprenditoria italiana




Il parcheggio di Human Farm è uno spazio verde e pulito in mezzo a campi curati. Ci accoglie con allegri motivetti natalizi mentre tentiamo di orientarci tra diverse cascine fatte magistralmente ristrutturare da Riccardo Donadon, il fondatore di questa comunità di pratica nata per incubare idee innovative nel campo delle nuove tecnologie digitali. Gli ambienti sono caldi di colori e materiali in una cornice di essenzialità quasi zen, ma ricchi di luce e di panorami che arrivano fino a cogliere la ‘skyline’ della laguna veneziana. Degli ambienti mi affascina tutto: la cassetta di mele messa a disposizione dello staff in sala ristoro (un vero silos riqualificato), le scatole di legno per la raccolta differenziata, i grandi cartelli con importanti citazioni in sala mensa, i tavoli nell’area relax del giardino, l’erba curatissima e poi naturalmente le persone.

I volti che incontriamo ci sorridono e lo staff che ci introduce ai progetti, in corso nelle diverse aziende che fanno parte dell’incubatrice, comunica subito passione e un forte senso di identità. Il clima è rilassato e gli uffici piacevolmente disordinati: il tanto che basta quando si lavora sul serio!
Riccardo è calmo e composto, indossa abiti in perfetto stile casual, come del resto tutti i suoi collaboratori. Racconta con semplicità i suoi progetti, i successi e i tanti sogni, quasi si stupisca che qualcuno li abbia trovati tanto interessanti da voler conoscere lui e visitare la sua azienda.
Nelle sue parole si legge passione, amore e rispetto per le persone con cui lavora e per il territorio che lo ospita. E’ una persona cui piace fare e farsi carico di…. In breve, è un imprenditore che fa bene il suo mestiere; sicuramente un esempio eccellente, anche e soprattutto per me che mi occupo di sviluppo e formazione nell’azienda in cui opero.

Poco distante e nella stessa giornata visitiamo un’altra azienda, un marchio conosciuto nel proprio settore. Ci accoglie una signora appariscente dai modi bruschi che ci lascia in attesa in un angusto ufficio saturo di mobili e luce al neon. Poco dopo veniamo dirottati all’area produttiva: un capannone freddo e cupo in cui pochi operai si muovono silenziosi e guardinghi in presenza del ‘padrone’, avaro di cordialità, ma vestito in maniera ricercata. L’uomo parla con voce sicura, indirizzando aspri comandi a quello che sembra essere un capo-turno e comunicando l’impressione generale di sentirsi perfettamente a suo agio in quell’hangar dall’atmosfera post atomica. Mira chiaramente a stupirci mettendo subito in chiaro la sua appartenenza ad un ristretta cerchia di imprenditori ‘arrivati’: avrà dunque dato per scontato che gli si sia voluto tributar visita e riconoscimento? Allora penso che, ‘sulla carta’, anche lui è un imprenditore e all’improvviso sento tutto il freddo dell’inverno penetrarmi nelle ossa…


BUON NATALE A TUTTI

giovedì 11 dicembre 2008

Perchè ho proposto la sponsorizzazione del 1° Master di EVOLUTIONARY MANAGEMENT




Dal sito del Master:

"Se i manager vogliono pilotare la loro azienda nelle acque tempestose del mondo contemporaneo è fondamentale che acquisiscano un nuovo tipo di conoscenza: quella del management della co-evoluzione. Accanto alla padronanza del business bisogna affiancare la comprensione delle dinamiche che orientano il cambiamento nelle realtà economiche in continua trasformazione. L’impresa è un sistema organizzato con una traiettoria evolutiva e una intrinseca capacità di auto-organizzazione. È in interazione continua con un mondo in evoluzione. Questa visione suggerisce nuovi principi di comportamento, quelli del management evolutivo, i quali sfruttano la conoscenza delle dinamiche evolutive per trovare nuove direttive all’azione.

Nell’attuale contesto caratterizzato da complessità crescente, gli approcci e le pratiche organizzativo-gestionali tradizionali non sembrano essere in grado di rispondere in modo esaustivo alle esigenze emergenti. Il master proposto supera il tradizionale approccio funzionale riduzionistico che studia l’impresa suddivisa nelle sue funzioni: marketing, finanza ecc. L’evolutionary management si fonda su un approccio sistemico, olistico, che parte dall’individuo ed arriva ad esplorare le relazioni e le interazioni co-evolutive che questo ha con l’intero ecosistema, passando attraverso l’organizzazione e il mercato. L’aspetto non-deterministico dei fenomeni non può essere affrontato solo attraverso l’approccio razionale. Al manager evolutivo è richiesto anche lo sviluppo di intuito, visione e creatività per potere decifrare e cogliere rapidamente i cambiamenti ed orientare le scelte. Ma non solo: sono necessarie anche empatia, gestione delle emozioni e dello stress per affrontare con efficacia rischio, imprevisti e la dinamicità connaturata dei sistemi viventi. Il master presenta una doppia anima: razionale ed emozionale. Da un lato fornisce strumenti manageriali innovativi per la gestione di impresa e dall’altro fornisce strumenti empatici per sviluppare approcci creativi."


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Da un'intervista alla sottoscritta in uscita sulla newsletter di ManagerZen che insieme all'università di Udine ha progettato il Master (vedi Blog):

Tutto in FANDIS colpisce a partire dal logo e dallo slogan: un albero con la chioma colorata e la persona al centro "colors of engineering"
L'azienda di Borgo Ticino nata nel 1985 è specializzata nella progettazione e realizzazione di tecnologie e prodotti a valore aggiunto dei settori thermal e screen solution
In altre parole un'azienda di tecnici ed ingegneri ma con una forte connotazione umanistica: "mio padre da sempre si è ispirato alla visione di Olivetti e di Mattei" - afferma Marta Brioschi, oggi insieme al padre Roberto Brioschi nella conduzione dell'impresa. E continua.. "L'azienda negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria rinascita grazie ad una inversione di rotta: ha puntato tutto sulla formazione delle persone, sui valori e sulla ricerca.. Ed ora, grazie al successo economico raggiunto, abbraccia grandi progetti per costruire un nuovo futuro."Perchè investire sulle persone e sulla formazione è stato così importante?

R: Non vorrei rischiare di banalizzare il concetto, ma è ormai chiaro che la risorsa più importante per ogni organizzazione è costituita dagli individui che la compongono, o meglio ancora, dalla rete di individui che la compongono. Questa rete è insieme 'cervello', 'cuore' e 'anima' dell'organizzazione e come tali può evolvere, ma anche ammalarsi e morire. Come ogni organismo vivente ci vogliono amore paziente e cura perchè possa svilupparsi armoniosamente e naturalmente ci vuole tanta formazione perchè crescano i singoli 'nodi' della rete e perchè si formino tante sinapsi nuove. Poi occorre offrire un terreno favorevole allo sviluppo - un terreno culturale intendo - in cui la collettività prenda coscienza di sè come comunità: individui interconnessi e responsabilmente disponibili gli uni agli altri con una finalità comune e condivisa, che sia prima di tutto progetto di Vita.
Fandis perciò ha investito a lungo in passato sulla selezione del personale e l'accrescimento delle competenze per costruire un solido scheletro di conoscenza, per poi passare a focalizzarsi sulla gestione dei processi, e sui coordinamenti interfunzionali. Ora i nostri sforzi sono concentrati sulla formazione alla gestione della complessità e alla leadership diffusa, cose che rappresentano un modello culturale di riferimento scardinante e suscitano non poche resistenze, ma costituiscono anche il biglietto di ingresso al futuro.

Oltre all'attività di imprenditrice e di mamma riesci a curare un blog - AAA 'People Manager' cercasi per discutere sullle Persone e sul loro Valore nelle organizzazioni - ed hai un sacco di progetti per animare e sviluppare la cultura di FANDIS a partire dai Cicli di Conferenze serali aperte a tutta la comunità. Che obiettivo vogliono cogliere?

R: Vorrei che la mia gente imparasse a guardare 'oltre la siepe' del proprio giardino, che vuol dire interessarsi a ciò che avviene oltre i confini della propria famiglia, del proprio mansionario, dei propri ruoli privati e professionali, oltre le barriere protettive costruite negli anni e fatte di sicurezze mai messe alla prova, di pregiudizi, di convenzioni e così via . Per evolvere è assolutamente necessario avere una cultura dell' 'oltre', una cultura dell'ascolto e dell'accoglienza, che abbracci idee ed elementi nuovi invece che escluderli. Chiunque ha dei figli e li osserva davvero, si accorge subito di che meraviglioso potenziale abbiano. Sono instancabilmente curiosi, attivi, esplorativi, propositivi...ma quanti di noi conservano queste caratteristiche da adulti? Perchè, ad un certo punto della nostra vita ci stanchiamo di crescere? Perchè i nosti principali obiettivi diventano nel tempo 'il posto sicuro', 'una vita stabile' , 'la sicurezza'? Perchè abbiamo paura del nuovo, della fatica, delle difficoltà...persino i figli diventano un rischio, un problema. E quando ne abbiamo, li mettiamo sotto una campana di vetro perchè non si sciupino. Che fine fanno allora i sogni, i progetti, la fiducia nella vita? Ma che mondo stiamo costruendo? E che imprese mai potremo creare seguendo questa filosofia? Con i miei progetti cerco di stimolare interesse e curiosità, di creare spazi dove 'rimettersi in gioco', dove esplorare se stessi....e soprattutto dove tornare a porsi tante domande. Credo che il peggior difetto di un adulto sia proprio quello di avere troppe certezze e di fare troppo poche domande. Ecco il perchè delle nostre serate di conferenze, del nostro laboratorio di scrittura e di quello teatrale e di altre iniziative che ho in testa e che spero di poter presto realizzare.

C'è anche il progetto della "Fandis School" ...

R: Il progetto nasce dall'idea di offrire una proposta formativa in linea con quanto detto sopra e si fonda sul principio della formazione globale e sulla multidisciplinarietà. La scuola, di tipo professionale, sarà rivolta a giovani che vogliano entrare nel mondo di lavoro con una marcia in più: con tante competenze e la capacità di continuare ad apprendere sempre cose nuove nel tempo. Avranno a disposizione i laboratori di meccanica, elettronica e di misura per tante ore di attività pratica, ma faranno anche tanta letteratura, arte e filosofia. Il modello di riferimento sarà quello della 'fabrica' rinascimentale. Sarà scuola a tempo pieno e sarà dura perchè senza fatica e dedizione non si possono raggiungere grandi traguardi.
Come Fandis School prevediamo però anche brevi Masters per Ingegneri e Ricercatori e in futuro, magari anche per Managers...

E arriviamo all'Evolutionary Management: non solo la cultura organizzativa di Fandis si "sposa" già con l'approccio evolutivo.. in Fandis avete sviluppato un progetto interno (una tecnologia) che si basa proprio sui sistemi neurali e sugli agenti - denominato "daimonos" - che sta rivoluzionando il vostro modo di lavorare alleggerendo le persone da una serie di attività ripetitive... e con risultati inattesi superiori alle aspettative.
Di cosa si tratta?

R: Tempo fa ci siamo trovati a dover ottimizzare il flusso dei processi aziendali e ci siamo subito resi conto che non avremmo potuto farlo con gli strumenti classici del Project Management.
Partendo da una competenza più tecnica che manageriale, allora, abbiamo provato a guardare il problema da una diversa prospettiva. Inaspettatamente, abbiamo osservato che le dinamiche di "funzionamento" dei processi sono pressochè identiche a quelle già note nella teoria dei controlli. In particolare , lo strumento concettuale dell'"automa a stati" - già usato ampliamente nella robotica, per esempio - poteva diventare il neurone di una rete neurale di connessione tra la macchina e le persone.
Da quest'idea, il passo successivo per implementare l'automa è stato faticoso, ma efficace! Ora infatti abbiamo un sistema che non solo riesce a guidare e monitorare processi complessi lasciando la parte creativa alle persone, ma è anche in grado di evolversi con noi e - nonostante si trovi ancora in fase embrionale - sta cominciando già a produrre dinamiche emergenti (tipiche dei sistemi neurali complessi).
E' un po' come crescere un bambino, quando meno te lo aspetti comincia a pensare !

Fandis è main sponsor del Master Evolutionary Management e mi è piaciuta molto la tua affermazione: "Non possiamo non esserci: il master ci da l'opportunità di creare una sorta di laboratorio condiviso con altre aziende pioneristiche, felici di scambiare approcci innovativi ed il proprio know-how per un arricchimento ed una crescita collettiva".
Ho espresso bene la motivazione?

R: Direi proprio che hai centrato l'obiettivo.


venerdì 31 ottobre 2008

Il valore del silenzio...

Mi riallaccio ad un commento di Luca Comello sul suo Blog:

"A volte diamo tutto per scontato, sia nella vita personale che in quella lavorativa. Anche nel gestire situazioni e persone nell'azienda in cui lavoriamo. Invece ogni tanto é importante fermarsi e riscoprire alcune cose... che sono piú complesse di quel che sembrano."

Oggi non mi sento particolarmente in forma e fuori piove a catinelle.
Ho qualche grattacapo lavorativo: cose che vorrei rimandare all'infinito e in più la mia ricerca di una tata per i miei bimbi non mi sta portando in alcun luogo. Non ho tempo per un caffè e nemmeno per andare in bagno...dovrei dire tante cose (belle e brutte) a tante persone e mi accorgo che i pensieri mi stanno allontanando dalla cosa più importante di tutte: la consapevolezza di me, di ciò che mi sta intorno, del senso del mio agire.
Incomincio a dare le mie azioni per scontate, l'ascolto e le reazioni degli altri per scontate.
Non colgo più i dettagli, le sfumature.
Forse è arrivato il momento di fermarsi, di respirare a fondo e 'staccare' per qualche ora, di 'uscire' a passeggiare nel mondo (anche solo metaforicamente, visto il tempo metereologico!).

Oggi ho bisogno di vuoto, di silenzio, forse il lusso più grande della nostra epoca.

martedì 28 ottobre 2008

Famiglia e lavoro

Riporto integralmente questo post tratto da un blog che visito spesso, soprattutto quando ho bisogno di un’iniezione di buon umore, in cui si narrano le gesta di una mamma alle prese con figli e lavoro. Normalmente vi trovo spassosi riferimenti alla mia stessa vita, ma questa volta non ho riso…


NON PASSA GIORNO

C. è un'elasti-amica*. ha una bambina e ne aspetta un'altra che arriverà a febbraio. lavora da anni in una società importante, con migliaia di dipendenti.
C. è brillante, spiritosa, intelligente e coraggiosa. è partita da un piccolo paese tra le montagne alla conquista del mondo, tanto tempo fa.
C. ed elasti-girl* hanno pranzato insieme.
"in ufficio non passa giorno che non mi dicano 'contavamo tanto su te, poi però...'", dice C con gli occhi tristi.
"non passa giorno che non mi guardino il pancione scuotendo la testa, non passa giorno che non mi facciano notare la loro delusione", prosegue C.
"non passa giorno che non mi tolgano un pezzettino del mio lavoro, non passa giorno che non mi facciano sentire esclusa, non passa giorno che non mi ricordino la brillante carriera che avrei fatto se solo non avessi avuto la balzana idea di un secondo figlio".
"non passa giorno che non mi senta fuori posto, che non mi senta in colpa, che non mi senta una traditrice".

* ricordate la famiglia degli ‘Incredibili’ super eroi della Pixar ?

Da
www.nonsolomamma.com

Mi piacerebbe aprire un dibattito su questo tema aperto a tutte le mamme lavoratrici che mi leggono:

Avete o state vivendo la stessa esperienza di C.? Cosa dovrebbero fare imprese e istituzioni per rendere meno precario l’equilibrio di una mamma lavoratrice? E soprattutto, cosa dovremmo fare tutti per far sentire le mamme meno sole e discriminate?
Cosa c'è di tanto sbagliato in questa nostra società da indurre una donna a pensare di essersi macchiata di una grave colpa per aver scelto di accettare il dono di una nuova vita?

Attendo i vostri commenti.

venerdì 24 ottobre 2008

C'è luce in fondo al Tunnel?

"Speriamo non sia un treno che ci viene incontro!"

Nei grandi momenti di crisi, come quello che si è profilato all'orizzonte, c'è sempre una forza che tende a ristabilire un nuovo equilibrio: è la legge naturale della selezione darwiniana (si parla in questo caso di darwinismo sociale) in cui solo i migliori resistono. Resisteranno perciò le Nazioni più competitive, le imprese eccellenti e i lavoratori migliori. Il resto....sopravviverà solo se saprà cambiare forma, se troverà strade di riqualificazione.

Sinceramente non credo ad un totale collasso sociale ed economico, al ritorno al baratto o a una rivoluzione nell'imprenditorialità. Credo più semplicemente ad una selezione, soprattutto su base etica.

Ci sarà più spazio per quelle imprese che si impegneranno in prima persona nella responsabilità sociale e che offriranno formazione continua, ci sarà più spazio per lavoratori appassionati e competenti e sempre meno per i mediocri.

Il nostro ruolo di people managers diventerà sempre più affine a quello di 'maieuti' in grado di scovare quei talenti nascosti in grado di 'fare la differenza' e indirizzare, ove possibile, verso una riqualificazione professionale che tenga conto delle reali necessità delle imprese, anche introducendo, ad esempio, giovani ingegneri alle attività manuali legate alla propria professione, in modo da aggiungere flessibilità operativa e 'profondità' alle proprie competenze teoriche.

Il lavoratore, credo, dovrà prima di tutto imparare ad essere imprenditore di sé stesso, a rischiare, a rimettersi in discussione, ad avere iniziativa e a non aspettarsi troppi aiuti dalle istituzioni e i giovani in particolare dovranno smettere di studiare lunghi anni solo per 'il pezzo di carta' , destinato a valere sempre meno, almeno in Italia.

Il mio è un invito a 'prendere in mano il proprio destino' , a studiare per passione e con passione, ad usare il proprio ingegno per inventarsi lavori utili, a non smettere mai di imparare cose nuove e a non sedersi ad aspettare che la vita ci passi accanto nell'attesa che i tempi cambino...

mercoledì 15 ottobre 2008

HR Management: istruzioni per l'uso.

La definizione (riduttiva) del termine che descrive la mia professione suggerisce si tratti di un ruolo puramente amministrativo all’interno di un’organizzazione. Rimanda ad ambiti in cui le persone agiscono in una dimensione disumanizzante in cui logiche numerico-quantitative e di controllo predominano sulla Qualità e la collaborazione. Tutto ciò non può che derivare da un punto di vista autoreferenziale del Management e da modelli economici ormai consunti, per cui l’organizzazione è una macchina che si costruisce intorno a ruoli e attività ad alta specializzazione in un contesto di procedure chiare e ripetibili.

Oggi si sta rapidamente diffondendo la consapevolezza che l’organizzazione sia invece più simile ad un organismo che si sviluppa attraverso le sue reti di relazioni - interne ed esterne - in un contesto complesso in cui le regole devono tener conto delle forze auto-generative del sistema stesso.
Immediatamente si palesa il dubbio che il ‘gestore delle risorse’ possa quindi esimersi dall’affrontare il proprio ruolo prima di tutto sul piano etico e sociale e solo poi su quello amministrativo.

Si parla ormai ovunque della centralità del ruolo delle persone, ma perché? Sono solo le loro conoscenze e le loro competenze che contano? O è anche e soprattutto la disponibilità dei singoli a condividere – a mettere in rete, come si dice oggi – le conoscenze e competenze acquisite, a partecipare ad un gioco infinito fatto di apprendimento e cambiamento continuo, a generare idee, a fare squadra e non solo gruppo? Può essere veramente ‘gestito’ tutto ciò? E come? E, soprattutto, è possibile farlo senza tener conto della più grande delle risorse disponibili: la diversità, che rende ogni individuo unico e irripetibile?

La mia risposta è che, sul piano individuale, ogni HRM debba essere soprattutto un educatore , nel senso etimologico del termine. Deve cioè fare in modo da aiutare ogni collaboratore a riconoscere in sé e poi a mettere a disposizione degli altri, i propri talenti. Poi deve impostare un cammino di crescita attraverso un percorso di formazione che non si proponga solo di aumentare conoscenze e competenze, ma che sviluppi in modo armonico la persona nel suo complesso, lasciando che quest’ultima si sperimenti anche oltre i confini del proprio mansionario e in campi non necessariamente intrinseci alla propria professionalità.

Sul piano della collettività di riferimento – l’azienda nel suo complesso – l’HRM deve invece saper creare il contesto necessario allo sviluppo, mantenendo vivo il dialogo tra i diversi attori (nelle diverse dimensioni top-down/bottom-up e peer-to-peer) , intervenendo sui conflitti e, ove possibile, prevenendoli; coltivando la responsabilità individuale; alimentando il senso d’identità della collettività. In sostanza si tratta di trasformare l’azienda da un luogo di lavoro dove si contraoppongono interessi divergenti, in una comunità con delle finalità e un sistema valoriale comuni, dove il profitto sia considerato un mezzo e non un fine e le persone si sentano realmente partecipi di un progetto (di una vision) in cui riconoscersi.


mercoledì 30 luglio 2008

Non tutto il male vien per nuocere...

Sulla Malasanità si spendono fiumi di parole. Per non parlare di quanto ci si lamenta della scarsità di personale sanitario capace di dialogare con i pazienti, sostenendoli e confortandoli, infondendo loro coraggio con il rispetto e l’attenzione dovuta ad ogni altro essere umano in difficoltà e sofferenza.

Una ragione certamente c’è: molti di noi hanno purtroppo vissuto una qualche disavventura al riguardo, almeno come osservatore. A me è capitato e spero di non ripetere mai più l’esperienza.
Recentemente mi è capitato però un ricovero in un piccolo ospedale della mia provincia [Angera ( VA ) N.d.R.] e pur non desiderando affatto risperimentare a breve la sofferenza della malattia, posso dire di aver vissuto una bellissima esperienza umana di accoglienza e cura. Durante la degenza si sono occupati di me diversi infermieri, paramedici e, naturalmente, medici. Tutti, nessuno escluso, mi hanno fatto sentire a casa, come quando ero piccola e la mamma si indaffarava intorno al mio letto per farmi stare meglio.

Mentra giacevo guardando il soffitto, mi è venuto allora naturale pensare a chi fosse il Dirigente del Personale in quell’ospedale e a come fosse stato istruito ed addestrato lo staff. Mi sono chiesta se avesse una carta dei Valori e quali esempi avesse ricevuto per diventare tanto partecipe e motivato ad assistere persone malate e vulnerabili.

Se qualcuna di quelle belle persone mi leggesse ora o in futuro, vorrei che le arrivasse il mio plauso e la mia sincera gratitudine per avermi insegnato che c’è ancora posto per le persone di Buona Volontà….