Visualizzazione post con etichetta felicità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta felicità. Mostra tutti i post

giovedì 29 ottobre 2009

Morin e la Follia necessaria

MONDO NUOVO La crisi? L'occasione per ricominciare. L'amore? Al centro di tutto. Il sociologo francese che si sente "in cammino" parla di caos, felicità e futuro, proponendo come soluzione l'eco-sofia

di Carlotta Mismetti Capua (da la Repubblica delle Donne Web di oggi)
Il mondo così com'è non va. Non vanno le città, aliene e malsane. Non va l'educazione, che manca di comprensione degli altri e conoscenza del pianeta. Non va l'economia, lontana dai nostri bisogni e dall'ecologia. E i rapporti umani sono solitari, senza poesia. Ma anche il nostro futuro non se la passa meglio: è fermo agli anni Sessanta e non ce ne siamo accorti. Secondo il sociologo francese Edgar Morin è tempo di reinventare tutto, partendo proprio dall'amore. E la crisi è l'occasione perfetta per ricominciare. "È necessaria una metamorfosi planetaria", ci spiega. "Abbiamo creduto che lo sviluppo tecnologico ed economico sarebbe stato la locomotiva della democrazia e del benessere. Ma oggi bisogna sostituire l'egemonia della quantità con quella della qualità, e mettere al centro beni immateriali come l'amore e la felicità". Edgar Morin, 88 anni e una carriera intellettuale tra le più brillanti del secolo scorso - direttore del Cnrs (Centre national de la recherche scientifique), presidente dell'agenzia per la Cultura dell'Unesco e accademico onorario in più di 15 università in giro per il mondo - si è occupato di etnologia, televisione, cinema, linguaggio della cibernetica, teoria dei sistemi, pedagogia e materie che erano snobbate dagli intellettuali degli anni Cinquanta. Tanto che la sua biografia, uscita quest'anno in Francia e firmata da Emmanuel Lemieux, lo definisce fin dal titolo L'indisciplinato. Ma oggi Morin si interessa soprattutto di ecologia. Nei suoi libri e nel dibattito pubblico propone "l'eco-sofia politica", e invita le sinistre (compreso il Pd) ad adottarla per trasformare il mondo. Come può il pensiero ecologico aiutare la politica? "La politica del risparmio energetico per esempio è anche una politica che lotta contro le intossicazioni consumistiche delle classi medie. È necessario che comprendiamo, e cominciamo a calcolare, anche l'ecologia della natura umana. La sofferenza, la felicità, l'amore, insomma tutto quello che è importante nelle nostre vite e che sembra extra-sociale, strettamente personale, non entra a far parte del Pil di un Paese. Tutte le soluzioni sono quantitative: ma quando la politica prenderà in considerazione l'immenso bisogno d'amore degli uomini?". Nel Metodo ha scritto che l'amore è la sola autentica religione dell'iper-complesso. Nella sua vita cosa ha imparato dell'amore? "L'amore per degli esseri iper-mammiferi come noi è la possibilità di rinascere, di ricominciare. Come cantava Bob Dylan, quello che non sta per nascere sta per morire: non c'è che l'estasi degli incontri per rigenerarci. E questo vale anche a livello collettivo: ho avuto la fortuna di vivere la liberazione di Parigi, nel maggio del 1968, e altri momenti di estasi della storia. Oggi mi pare sia uno di questi: non è straordinario che Barack Obama guidi gli Stati Uniti? L'imprevisto ci sorprende sempre, non bisogna mai dimenticare che è l'imprevisto a muovere il mondo". E invece, che cosa ci intossica? "Le idee semplificatrici. I pensieri chiari e distinti, che rifuggono l'oscurità, l'incertezza, la complessità. Quei pensieri che credono di possedere il mondo ma sono posseduti dal fantasma folle della lucidità". Qual è un pensiero sano? "Un pensiero ecologico è necessario ma non potrà essere sano se non accetta la propria follia. È nel dialogo tra ordine e disordine che sta l'anima del mondo. Nella nostra specie, particolarmente iper-psichica, iper-emotiva, il dialogo tra la misura e l'eccesso, tra la parte sapiens e quella demens, è indissolubilmente legato. Un vero pensiero ecologico deve avere orrore del sano: perché il migliore dei mondi possibili è anche il peggiore". La nostra società sembra più solitaria che solidale, per dirla con Camus. Come ricostruire quel che si è spezzato? "Camus, ecco, non separava il personale dal politico: negli anni Cinquanta, quando questo comportamento era visto con sospetto. Adesso è vero che abbiamo più solitudine che solidarietà: e devo ammettere che non siamo ancora riusciti a elaborare un pensiero politico che metta insieme l'ideale e l'esistenza di tutti i giorni, l'amore e la solidarietà". Lei afferma che le città sono oggi luoghi poco umani. Come è cambiata la sua Parigi? "Non è la stessa città dove sono cresciuto. Nuove solitudini, nuovi antagonismi, desideri frustrati e l'arresto di una prospettiva europea: tutto ciò ha reso la vita paralizzante. Ma io abito un mondo molto più grande di Parigi. Il Mediterraneo, per esempio, con i gusti musicali, gli odori, i piaceri". L'incertezza di oggi è sostenibile psicologicamente dagli esseri umani? "Siamo, come disse Heidegger, nel buio fondo della notte. Ma siamo anche al principio di un'alba, la seconda preistoria dell'uomo mondializzato. Non dobbiamo scordare che la vita è fragile, incerta e nello stesso tempo molto aperta: le potenzialità umane sono immense, dobbiamo usarle". Da oltre un secolo le malattie psichiche sono viste come malattie sociali. Come gestirle? "La follia fa profondamente parte della condizione umana: è solo il culto della ragione, dell'ordine, che non la considera umana. Ma è il culto stesso a essere demens, perché la parte irrazionale e oscura di noi uomini non è solo distruttrice o asociale. Genera anche la tenerezza, l'eros, l'estasi, la gioia, la fraternité. È molto utile costruire un dialogo con la nostro parte incosciente, senza volerla dominare". Secondo lei la sinistra non ha idee: come arrivare a giustizia e felicità? "La sinistra ha sempre coltivato lo spirito del cambiamento, ma oggi lo fa in forme frammentate. È necessario che la politica veda nell'incertezza radicale di questi tempi non tanto, o non solo, una minaccia di disordine e quindi una necessità di ordine (l'istanza della destra) ma la nascita, dolorosa certo, di una nuova società-mondo". Come possiamo superare "la nostra barbarie interiore"? "Abbiamo vissuto tanti disastri e tragedie, dal nazismo alla bomba atomica. Cosa altro ci serve per comprendere che siamo tutti perduti su questo pianeta? Per scoprire che non ci resta che amarci, fraternizzare, sentirci in una sola comunità di destino?". Che cosa la incanta ancora? "Piangere, amare, ridere, comprendere. Mi sento sempre in cammino, e nello stesso momento un vecchio, un adulto, un adolescente e un bambino. La curiosità e la passione hanno "fatto" la mia vita. Una curiosità onnivora e una infinita passione".


IL METODO DI EDGAR Umanista e studioso eclettico, Edgar Morin è conosciuto per l'interdisciplinarietà dei suoi lavori nei quali ha abbattuto le barriere tra le varie materie. Sta per arrivare in Italia, in un doppio appuntamento: l'11 novembre a Meet The Media Guru (iscrizioni gratuite fino ad esaurimento posti), a Milano, dove parlerà di "Etica della complessità", e dal 13 al 15 novembre al convegno "La qualità dell'integrazione scolastica", a Rimini: uscirà in quella occasione Rigenerare la parola politica (edizioni del Centro Studi Erickson, che ha divulgato recentemente anche un compendio della sua opera a cura di Sergio Manghi). Di lui Raffaello Cortina Editore ha pubblicato i sei volumi de Il metodo sulla complessità e Feltrinelli Pensare l'Europa, La vita della vita, Il cinema o l'uomo immaginario. Nel 1967 l'interesse di Edgar Morin per la comunicazione di massa si espresse nella rivista Communications, fondata con Georges Friedmann e Roland Barthes, di cui è condirettore, e che è disponibile online, archivi compresi (www.persee.fr/web/revues)

lunedì 11 maggio 2009

28 maggio 2009 : Conferenza su 'Felicità e lavoro' sul Lago Maggiore




Il ben essere lavorativo e la riflessione etica nel lavoro

di Alberto Peretti

Occorre partire da una constatazione tanto semplice quanto trascurata: quando lavoriamo non produciamo solo beni o servizi, ma produciamo noi stessi, diamo forma ad un pezzo assai significativo della nostra e dell’altrui esistenza. Quale vita produce il nostro lavoro? Quale salute, individuale e collettiva?

Da molto, troppo tempo il lavoro ha subito un processo di reificazione che ha indotto molti lavoratori a percepirsi come semplici funzioni, le loro realizzazioni come mere cose, il mondo del lavoro come retto soltanto da rapporti meccanici e strumentali mediati dal denaro.
Nel lavoro privato di tensione esistenziale l’essere umano non cerca la propria completezza, il proprio appagamento, la propria fioritura. In una parola, non cerca di produrre per sé e per gli altri una vita buona, una vita degna di essere vissuta. Il lavoro separato dagli elementi che rendono appagante e completa la vita lavorativa ridotto ad azione produttiva finalizzata al raggiungimento di uno scopo esterno ad essa e traducibile in un assoluto valore monetario genera mal essere, individuale e collettivo.

Il ben essere delle persone può e deve essere cercato non solo dopo il tempo di lavoro, ma anche al suo interno, riconnettendo le dinamiche produttive con la ricerca di una vita buona. Una qualsiasi proposta di civiltà si misurerà non da quanto marginalizzerà il lavoro, ma da quanto saprà e riuscirà a metterlo al proprio centro. Occorre cioè cercare il ben essere sociale non attraverso il lavoro, considerato come semplice momento e strumento produttivo o di arricchimento materiale, ma nel lavoro, inteso e valorizzato in quanto dimensione di buona esistenza.

L’intervento muove dall’idea che la riflessione etica è una condizione di ben essere lavorativo, che la salute nel lavoro è anche là dove le persone possono responsabilmente valutare, scegliere seguire indirizzi etici di comportamento. La riflessione etica permettere di osservare il lavoro quotidiano da una prospettiva più profonda e più ampia, che non sia soltanto la performanza o l’interesse economico, piuttosto l’arricchimento della dimensione umana, etica, spirituale, relazionale.
Anche grazie alla riflessione etica è possibile dotare il lavoro e i sistemi organizzativi di una vitale ed energizzante inquietudine spirituale. Ricollegando chi lavora alle profondità del suo animo, rompendo con il senso di estraneità e disinteresse che mortifica l’esistenza di molti.

Deve essere chiaro che l’etica lavorativa non ha nulla ha che fare né con la semplice deontologia professionale né con il banale “buonismo”. E’ innegabile che un lavoro riannodato alla profondità dell’esistenza di coloro che lavorano è un lavoro all’insegna della vera efficacia e dell’autentica efficienza. La creazione di condizioni per una vita buona nel lavoro è, tra l’altro, la migliore garanzia di qualità delle prestazioni e di eccellenza del servizio.

Ingresso gratuito. Per info e iscrizioni: conferenceroom@fandis.it

lunedì 2 febbraio 2009

Consigli di lettura: Paul Watzlawick - Istruzioni per rendersi infelici


Se siete intossicati per aver seguito scrupolosamente una mezza dozzina di improbabili ricette per la felicità, se ne avete abbastanza dei dissennati consigli di guru e sessuologi, tecnocrati e maestri di vita, delle prediche sull’essere anziché l’avere e sulla pace interiore, questo libro fa per voi. Egualmente, non potrete che apprezzare questa "modesta proposta" per apprendere a rendersi infelici, se ritenete che il semaforo diventi rosso proprio per voi; se l’assiduo esercizio del sospetto ha finito per plasmare il vostro intuito; se dite spesso: "L’avevo detto io..."; se provate un fremito (d’inconfessabile gioia? d’ira?) quando vi si rivolge la paradossale e paralizzante esortazione: "Sii spontaneo!"... Per aggredire, in un impeto di filantropia, un’aspirazione tanto funesta, un concetto così incistato nella nostra tradizione - la felicità -, Watzlawick mobilita tutti gli espedienti argomentativi, tutti i mezzi, dall’intelligenza critica allo humor nero, mettendoci di fronte uno specchio ironico, tenendo viva una costante tensione tra il divertimento e il disagio di riconoscerci, ma non privandoci del piacere d’interpretare il messaggio: come rendersi felicemente infelici? come evitare di procurarsi infelicità di troppo? o altro? (Note di copertina)
.......
In questi tempi di crisi i musi lunghi intorno a noi sembrano invitarci ad adeguare l'umore al contesto, quasi fosse di cattivo gusto mostrarsi troppo allegri...Questo pensiero mi ha dunque ispirato l'acquisto di un libro dal titolo quanto mai provocatorio: Istruzioni per rendersi infelici. Ve lo suggerisco caldamente.

Approfittando della relativa tranquillità concessami da un principio di raffreddamento, ho divorato questo breve saggio con l’avidità famelica di un nevrotico in cerca di catarsi: ebbene sì, anche io di tanto in tanto indugio in qualche masochistico gioco di autocommiserazione. E ne sorrido con distacco, consapevole della trappola, un vizio antico quanto l’umanità: l’illusione dell’'infelicità necessaria'.

E' vero: noi umani amiamo pensare che l’infelicità sia (sempre e solo) fuori di noi, una variabile esogena insomma... una condizione ineluttabile che ci travolge e da cui cerchiamo vanamente di fuggire per tutta la vita.
Eppure la felicità è uno stato mentale che ci appartiene proprio in quanto essere umani: è una qualità insita nella libertà e nella consapevolezza di sé di tutti gli esseri senzienti. Perché la felicità è prima di tutto una scelta – siamo infatti liberi di reagire agli eventi sfavorevoli senza lasciarci soffocare da essi, separando ‘ciò che succede’ nella vita, da ‘ciò che siamo’ – ed è quindi consapevolezza della nostra natura, che ci sovviene quando dimentichiamo di voler soffrire, quando smettiamo di ricercare ossessivamente le ragioni per cui 'dobbiamo' essere infelici.

Vale la pena di riportare in proposito la conclusione del libro, che cita Dostoevskij:
“Tutto è buono ….Tutto. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”

Ve la lascio come riflessione della sera…