Riporto integralmente questo post tratto da un blog che visito spesso, soprattutto quando ho bisogno di un’iniezione di buon umore, in cui si narrano le gesta di una mamma alle prese con figli e lavoro. Normalmente vi trovo spassosi riferimenti alla mia stessa vita, ma questa volta non ho riso…
NON PASSA GIORNO
C. è un'elasti-amica*. ha una bambina e ne aspetta un'altra che arriverà a febbraio. lavora da anni in una società importante, con migliaia di dipendenti.
C. è brillante, spiritosa, intelligente e coraggiosa. è partita da un piccolo paese tra le montagne alla conquista del mondo, tanto tempo fa.
C. ed elasti-girl* hanno pranzato insieme.
"in ufficio non passa giorno che non mi dicano 'contavamo tanto su te, poi però...'", dice C con gli occhi tristi.
"non passa giorno che non mi guardino il pancione scuotendo la testa, non passa giorno che non mi facciano notare la loro delusione", prosegue C.
"non passa giorno che non mi tolgano un pezzettino del mio lavoro, non passa giorno che non mi facciano sentire esclusa, non passa giorno che non mi ricordino la brillante carriera che avrei fatto se solo non avessi avuto la balzana idea di un secondo figlio".
"non passa giorno che non mi senta fuori posto, che non mi senta in colpa, che non mi senta una traditrice".
* ricordate la famiglia degli ‘Incredibili’ super eroi della Pixar ?
Da www.nonsolomamma.com
Mi piacerebbe aprire un dibattito su questo tema aperto a tutte le mamme lavoratrici che mi leggono:
Avete o state vivendo la stessa esperienza di C.? Cosa dovrebbero fare imprese e istituzioni per rendere meno precario l’equilibrio di una mamma lavoratrice? E soprattutto, cosa dovremmo fare tutti per far sentire le mamme meno sole e discriminate?
Cosa c'è di tanto sbagliato in questa nostra società da indurre una donna a pensare di essersi macchiata di una grave colpa per aver scelto di accettare il dono di una nuova vita?
Attendo i vostri commenti.
martedì 28 ottobre 2008
venerdì 24 ottobre 2008
C'è luce in fondo al Tunnel?
"Speriamo non sia un treno che ci viene incontro!"
Nei grandi momenti di crisi, come quello che si è profilato all'orizzonte, c'è sempre una forza che tende a ristabilire un nuovo equilibrio: è la legge naturale della selezione darwiniana (si parla in questo caso di darwinismo sociale) in cui solo i migliori resistono. Resisteranno perciò le Nazioni più competitive, le imprese eccellenti e i lavoratori migliori. Il resto....sopravviverà solo se saprà cambiare forma, se troverà strade di riqualificazione.
Sinceramente non credo ad un totale collasso sociale ed economico, al ritorno al baratto o a una rivoluzione nell'imprenditorialità. Credo più semplicemente ad una selezione, soprattutto su base etica.
Ci sarà più spazio per quelle imprese che si impegneranno in prima persona nella responsabilità sociale e che offriranno formazione continua, ci sarà più spazio per lavoratori appassionati e competenti e sempre meno per i mediocri.
Il nostro ruolo di people managers diventerà sempre più affine a quello di 'maieuti' in grado di scovare quei talenti nascosti in grado di 'fare la differenza' e indirizzare, ove possibile, verso una riqualificazione professionale che tenga conto delle reali necessità delle imprese, anche introducendo, ad esempio, giovani ingegneri alle attività manuali legate alla propria professione, in modo da aggiungere flessibilità operativa e 'profondità' alle proprie competenze teoriche.
Il lavoratore, credo, dovrà prima di tutto imparare ad essere imprenditore di sé stesso, a rischiare, a rimettersi in discussione, ad avere iniziativa e a non aspettarsi troppi aiuti dalle istituzioni e i giovani in particolare dovranno smettere di studiare lunghi anni solo per 'il pezzo di carta' , destinato a valere sempre meno, almeno in Italia.
Il mio è un invito a 'prendere in mano il proprio destino' , a studiare per passione e con passione, ad usare il proprio ingegno per inventarsi lavori utili, a non smettere mai di imparare cose nuove e a non sedersi ad aspettare che la vita ci passi accanto nell'attesa che i tempi cambino...
Nei grandi momenti di crisi, come quello che si è profilato all'orizzonte, c'è sempre una forza che tende a ristabilire un nuovo equilibrio: è la legge naturale della selezione darwiniana (si parla in questo caso di darwinismo sociale) in cui solo i migliori resistono. Resisteranno perciò le Nazioni più competitive, le imprese eccellenti e i lavoratori migliori. Il resto....sopravviverà solo se saprà cambiare forma, se troverà strade di riqualificazione.
Sinceramente non credo ad un totale collasso sociale ed economico, al ritorno al baratto o a una rivoluzione nell'imprenditorialità. Credo più semplicemente ad una selezione, soprattutto su base etica.
Ci sarà più spazio per quelle imprese che si impegneranno in prima persona nella responsabilità sociale e che offriranno formazione continua, ci sarà più spazio per lavoratori appassionati e competenti e sempre meno per i mediocri.
Il nostro ruolo di people managers diventerà sempre più affine a quello di 'maieuti' in grado di scovare quei talenti nascosti in grado di 'fare la differenza' e indirizzare, ove possibile, verso una riqualificazione professionale che tenga conto delle reali necessità delle imprese, anche introducendo, ad esempio, giovani ingegneri alle attività manuali legate alla propria professione, in modo da aggiungere flessibilità operativa e 'profondità' alle proprie competenze teoriche.
Il lavoratore, credo, dovrà prima di tutto imparare ad essere imprenditore di sé stesso, a rischiare, a rimettersi in discussione, ad avere iniziativa e a non aspettarsi troppi aiuti dalle istituzioni e i giovani in particolare dovranno smettere di studiare lunghi anni solo per 'il pezzo di carta' , destinato a valere sempre meno, almeno in Italia.
Il mio è un invito a 'prendere in mano il proprio destino' , a studiare per passione e con passione, ad usare il proprio ingegno per inventarsi lavori utili, a non smettere mai di imparare cose nuove e a non sedersi ad aspettare che la vita ci passi accanto nell'attesa che i tempi cambino...
mercoledì 15 ottobre 2008
HR Management: istruzioni per l'uso.
La definizione (riduttiva) del termine che descrive la mia professione suggerisce si tratti di un ruolo puramente amministrativo all’interno di un’organizzazione. Rimanda ad ambiti in cui le persone agiscono in una dimensione disumanizzante in cui logiche numerico-quantitative e di controllo predominano sulla Qualità e la collaborazione. Tutto ciò non può che derivare da un punto di vista autoreferenziale del Management e da modelli economici ormai consunti, per cui l’organizzazione è una macchina che si costruisce intorno a ruoli e attività ad alta specializzazione in un contesto di procedure chiare e ripetibili.
Oggi si sta rapidamente diffondendo la consapevolezza che l’organizzazione sia invece più simile ad un organismo che si sviluppa attraverso le sue reti di relazioni - interne ed esterne - in un contesto complesso in cui le regole devono tener conto delle forze auto-generative del sistema stesso.
Immediatamente si palesa il dubbio che il ‘gestore delle risorse’ possa quindi esimersi dall’affrontare il proprio ruolo prima di tutto sul piano etico e sociale e solo poi su quello amministrativo.
Si parla ormai ovunque della centralità del ruolo delle persone, ma perché? Sono solo le loro conoscenze e le loro competenze che contano? O è anche e soprattutto la disponibilità dei singoli a condividere – a mettere in rete, come si dice oggi – le conoscenze e competenze acquisite, a partecipare ad un gioco infinito fatto di apprendimento e cambiamento continuo, a generare idee, a fare squadra e non solo gruppo? Può essere veramente ‘gestito’ tutto ciò? E come? E, soprattutto, è possibile farlo senza tener conto della più grande delle risorse disponibili: la diversità, che rende ogni individuo unico e irripetibile?
La mia risposta è che, sul piano individuale, ogni HRM debba essere soprattutto un educatore , nel senso etimologico del termine. Deve cioè fare in modo da aiutare ogni collaboratore a riconoscere in sé e poi a mettere a disposizione degli altri, i propri talenti. Poi deve impostare un cammino di crescita attraverso un percorso di formazione che non si proponga solo di aumentare conoscenze e competenze, ma che sviluppi in modo armonico la persona nel suo complesso, lasciando che quest’ultima si sperimenti anche oltre i confini del proprio mansionario e in campi non necessariamente intrinseci alla propria professionalità.
Sul piano della collettività di riferimento – l’azienda nel suo complesso – l’HRM deve invece saper creare il contesto necessario allo sviluppo, mantenendo vivo il dialogo tra i diversi attori (nelle diverse dimensioni top-down/bottom-up e peer-to-peer) , intervenendo sui conflitti e, ove possibile, prevenendoli; coltivando la responsabilità individuale; alimentando il senso d’identità della collettività. In sostanza si tratta di trasformare l’azienda da un luogo di lavoro dove si contraoppongono interessi divergenti, in una comunità con delle finalità e un sistema valoriale comuni, dove il profitto sia considerato un mezzo e non un fine e le persone si sentano realmente partecipi di un progetto (di una vision) in cui riconoscersi.
Oggi si sta rapidamente diffondendo la consapevolezza che l’organizzazione sia invece più simile ad un organismo che si sviluppa attraverso le sue reti di relazioni - interne ed esterne - in un contesto complesso in cui le regole devono tener conto delle forze auto-generative del sistema stesso.
Immediatamente si palesa il dubbio che il ‘gestore delle risorse’ possa quindi esimersi dall’affrontare il proprio ruolo prima di tutto sul piano etico e sociale e solo poi su quello amministrativo.
Si parla ormai ovunque della centralità del ruolo delle persone, ma perché? Sono solo le loro conoscenze e le loro competenze che contano? O è anche e soprattutto la disponibilità dei singoli a condividere – a mettere in rete, come si dice oggi – le conoscenze e competenze acquisite, a partecipare ad un gioco infinito fatto di apprendimento e cambiamento continuo, a generare idee, a fare squadra e non solo gruppo? Può essere veramente ‘gestito’ tutto ciò? E come? E, soprattutto, è possibile farlo senza tener conto della più grande delle risorse disponibili: la diversità, che rende ogni individuo unico e irripetibile?
La mia risposta è che, sul piano individuale, ogni HRM debba essere soprattutto un educatore , nel senso etimologico del termine. Deve cioè fare in modo da aiutare ogni collaboratore a riconoscere in sé e poi a mettere a disposizione degli altri, i propri talenti. Poi deve impostare un cammino di crescita attraverso un percorso di formazione che non si proponga solo di aumentare conoscenze e competenze, ma che sviluppi in modo armonico la persona nel suo complesso, lasciando che quest’ultima si sperimenti anche oltre i confini del proprio mansionario e in campi non necessariamente intrinseci alla propria professionalità.
Sul piano della collettività di riferimento – l’azienda nel suo complesso – l’HRM deve invece saper creare il contesto necessario allo sviluppo, mantenendo vivo il dialogo tra i diversi attori (nelle diverse dimensioni top-down/bottom-up e peer-to-peer) , intervenendo sui conflitti e, ove possibile, prevenendoli; coltivando la responsabilità individuale; alimentando il senso d’identità della collettività. In sostanza si tratta di trasformare l’azienda da un luogo di lavoro dove si contraoppongono interessi divergenti, in una comunità con delle finalità e un sistema valoriale comuni, dove il profitto sia considerato un mezzo e non un fine e le persone si sentano realmente partecipi di un progetto (di una vision) in cui riconoscersi.
mercoledì 30 luglio 2008
Non tutto il male vien per nuocere...
Sulla Malasanità si spendono fiumi di parole. Per non parlare di quanto ci si lamenta della scarsità di personale sanitario capace di dialogare con i pazienti, sostenendoli e confortandoli, infondendo loro coraggio con il rispetto e l’attenzione dovuta ad ogni altro essere umano in difficoltà e sofferenza.
Una ragione certamente c’è: molti di noi hanno purtroppo vissuto una qualche disavventura al riguardo, almeno come osservatore. A me è capitato e spero di non ripetere mai più l’esperienza.
Recentemente mi è capitato però un ricovero in un piccolo ospedale della mia provincia [Angera ( VA ) N.d.R.] e pur non desiderando affatto risperimentare a breve la sofferenza della malattia, posso dire di aver vissuto una bellissima esperienza umana di accoglienza e cura. Durante la degenza si sono occupati di me diversi infermieri, paramedici e, naturalmente, medici. Tutti, nessuno escluso, mi hanno fatto sentire a casa, come quando ero piccola e la mamma si indaffarava intorno al mio letto per farmi stare meglio.
Mentra giacevo guardando il soffitto, mi è venuto allora naturale pensare a chi fosse il Dirigente del Personale in quell’ospedale e a come fosse stato istruito ed addestrato lo staff. Mi sono chiesta se avesse una carta dei Valori e quali esempi avesse ricevuto per diventare tanto partecipe e motivato ad assistere persone malate e vulnerabili.
Se qualcuna di quelle belle persone mi leggesse ora o in futuro, vorrei che le arrivasse il mio plauso e la mia sincera gratitudine per avermi insegnato che c’è ancora posto per le persone di Buona Volontà….
Una ragione certamente c’è: molti di noi hanno purtroppo vissuto una qualche disavventura al riguardo, almeno come osservatore. A me è capitato e spero di non ripetere mai più l’esperienza.
Recentemente mi è capitato però un ricovero in un piccolo ospedale della mia provincia [Angera ( VA ) N.d.R.] e pur non desiderando affatto risperimentare a breve la sofferenza della malattia, posso dire di aver vissuto una bellissima esperienza umana di accoglienza e cura. Durante la degenza si sono occupati di me diversi infermieri, paramedici e, naturalmente, medici. Tutti, nessuno escluso, mi hanno fatto sentire a casa, come quando ero piccola e la mamma si indaffarava intorno al mio letto per farmi stare meglio.
Mentra giacevo guardando il soffitto, mi è venuto allora naturale pensare a chi fosse il Dirigente del Personale in quell’ospedale e a come fosse stato istruito ed addestrato lo staff. Mi sono chiesta se avesse una carta dei Valori e quali esempi avesse ricevuto per diventare tanto partecipe e motivato ad assistere persone malate e vulnerabili.
Se qualcuna di quelle belle persone mi leggesse ora o in futuro, vorrei che le arrivasse il mio plauso e la mia sincera gratitudine per avermi insegnato che c’è ancora posto per le persone di Buona Volontà….
giovedì 26 giugno 2008
TomorrowLand e Enterprise 2.0
Chi conosce DisneyWorld sa che TomorrowLand è la sezione del parco in cui più che altrove si celebra lo spirito visionario del suo creatore: Walt Disney (Tomorrow can be a wonderful age. Our scientists today are opening the doors of the Space Age to achievements that will benefit our children and generations to come. The Tomorrowland attractions have been designed to give you an opportunity to participate in adventures that are a living blueprint of our future.)
Quando la visitai per la prima volta nel 1988, rimasi profondamente colpita nello scoprire che, nel progetto originale di Disney, non ci fosse solo l’intenzione di creare un parco di divertimento per famiglie, ma anche di realizzare un laboratorio in cui sperimentare nuove idee e riprodurre il sogno di un futuro possibile grazie all’apporto di scienziati e ricercatori. Un laboratorio di ricerca e divulgazione scientifica nel regno della magia e dell’immaginazione dove viaggiare al limite dell’universo conosciuto….che bello sarebbe fare la stessa cosa nella propria azienda, trasformandola in un laboratorio vivente: una Beta Enterprise in continua evoluzione. Giocare a sperimentare nuovi modi di fare impresa, esplorare nuove opportunità, curiosare tra le nuove tecnologie per trovare quella adatta a fare emergere le reali potenzialità dell’Organizzazione. Generare continuamente nuova conoscenza condivisa, allargando orizzonti e reti di scambio.
Oggi le nuove tecnologie digitali del Web 2.0 ci offrono questa opportunità: possiamo quasi annullare i confini dello spazio e del tempo e lavorare all’interno di comunità in cui ogni individuo possa contribuire a progetti insieme ad altri individui (colleghi, partners, ma anche sconosciuti) in un rapporto peer-to-peer. Il futuro sembra così riservarci un’era in cui il valore della conoscenza non sarà più soltanto attribuito ai contenuti, ma alle persone e alle relazioni tra persone, un’era in cui intelligenza e creatività non saranno più solo il frutto di una singola mente, ma quello di una collettività. Andiamo incontro ad un Futuro in cui uomini e Imprese entreranno in rete e verranno valutati non tanto per ciò che ‘posseggono’, ma per quello che ‘condividono’.
Questo futuro mi piace molto e credo che sia più vicino di quanto molti siano disposti ad ammettere, soprattutto tra coloro che ritengono che a ‘pensare in grande’ possano essere solo le grandi aziende. E ai più scettici tra voi rispondo allora con il più celebre dei motti disneyani:” If you can dream it, you can do it”.
Quando la visitai per la prima volta nel 1988, rimasi profondamente colpita nello scoprire che, nel progetto originale di Disney, non ci fosse solo l’intenzione di creare un parco di divertimento per famiglie, ma anche di realizzare un laboratorio in cui sperimentare nuove idee e riprodurre il sogno di un futuro possibile grazie all’apporto di scienziati e ricercatori. Un laboratorio di ricerca e divulgazione scientifica nel regno della magia e dell’immaginazione dove viaggiare al limite dell’universo conosciuto….che bello sarebbe fare la stessa cosa nella propria azienda, trasformandola in un laboratorio vivente: una Beta Enterprise in continua evoluzione. Giocare a sperimentare nuovi modi di fare impresa, esplorare nuove opportunità, curiosare tra le nuove tecnologie per trovare quella adatta a fare emergere le reali potenzialità dell’Organizzazione. Generare continuamente nuova conoscenza condivisa, allargando orizzonti e reti di scambio.
Oggi le nuove tecnologie digitali del Web 2.0 ci offrono questa opportunità: possiamo quasi annullare i confini dello spazio e del tempo e lavorare all’interno di comunità in cui ogni individuo possa contribuire a progetti insieme ad altri individui (colleghi, partners, ma anche sconosciuti) in un rapporto peer-to-peer. Il futuro sembra così riservarci un’era in cui il valore della conoscenza non sarà più soltanto attribuito ai contenuti, ma alle persone e alle relazioni tra persone, un’era in cui intelligenza e creatività non saranno più solo il frutto di una singola mente, ma quello di una collettività. Andiamo incontro ad un Futuro in cui uomini e Imprese entreranno in rete e verranno valutati non tanto per ciò che ‘posseggono’, ma per quello che ‘condividono’.
Questo futuro mi piace molto e credo che sia più vicino di quanto molti siano disposti ad ammettere, soprattutto tra coloro che ritengono che a ‘pensare in grande’ possano essere solo le grandi aziende. E ai più scettici tra voi rispondo allora con il più celebre dei motti disneyani:” If you can dream it, you can do it”.
venerdì 6 giugno 2008
Perle....di saggezza.
Ho letto nel blog di una nostra mamma una breve poesia su come si potrebbe imparare ad affrontare la sofferenza facendo come l'ostrica, che accoglie un fastidioso e inopportuno granello di sabbia per trasformarlo in una perla.
Bella immagine. Dura realtà. Perché non è piccola sofferenza quella di questa mamma coraggiosa e generosa e ci vorrà tempo, forse molto tempo prima che il suo dolore diventi prezioso. Chi ha fede preghi per lei e chi non ne ha l'accolga in modo compassionevole nei propri pensieri, ma nessuno resti indifferente. Poniamoci invece in ascolto: questa donna è un esempio nitido della forza indomita che ci può sostenere nelle difficoltà e un'esortazione a guardare alla Vita in profondità, alla ricerca di un senso vivificatore.
Se possiamo trovare un senso al dolore, se anche il dolore diventa, può diventare, dono, allora di cosa ancora possiamo lamentarci noi?. Che scusa abbiamo oggi per non dare il massimo, per non sorridere a chi incrocia anche per un istante il nostro sguardo, per non perdonare, per non ringraziare, per non sentirci in pace con il mondo?
Una bella lezione per tutti.
Bella immagine. Dura realtà. Perché non è piccola sofferenza quella di questa mamma coraggiosa e generosa e ci vorrà tempo, forse molto tempo prima che il suo dolore diventi prezioso. Chi ha fede preghi per lei e chi non ne ha l'accolga in modo compassionevole nei propri pensieri, ma nessuno resti indifferente. Poniamoci invece in ascolto: questa donna è un esempio nitido della forza indomita che ci può sostenere nelle difficoltà e un'esortazione a guardare alla Vita in profondità, alla ricerca di un senso vivificatore.
Se possiamo trovare un senso al dolore, se anche il dolore diventa, può diventare, dono, allora di cosa ancora possiamo lamentarci noi?. Che scusa abbiamo oggi per non dare il massimo, per non sorridere a chi incrocia anche per un istante il nostro sguardo, per non perdonare, per non ringraziare, per non sentirci in pace con il mondo?
Una bella lezione per tutti.
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L'onda della filosofia umanista ci sommergerà
Il bisogno di restituire dignità all'Uomo ponendolo al centro delle organizzazioni sta finalmente diffondendosi a macchia d'olio. Siamo alle soglie di una rivoluzione silenziosa e pacifica, che qualcuno ha già definito nuovo Rinascimento.
Il lavoro visto come piena realizzazione di sè e fonte di benessere, in una comunità dove si possa contribuire creativamente ad un progetto condiviso in un contesto ricco di valori e con finalità che vadano oltre le logiche di profitto: questo è in sintesi quello di cui le imprese si occuperanno domani e di cui già oggi si sente il profumo nell'aria, grazie al lavoro pioneristico di alcuni imprenditori.
Probabilmente qualcuno di voi starà sorridendo ironicamente, ma io ho ricevuto segnali molto concreti di un cambiamento in atto e se non ci credete, aggiungerò, per i più scettici, cinque testimonianze su questo cambiamento, cinque link molto significativi (ma potrete trovarne altri in rete, anche se non altrettanto accattivanti) ad altrettanti siti in cui troverete molte riflessioni e suggestioni al riguardo.
Buona navigazione e buon vento a tutti!
Il lavoro visto come piena realizzazione di sè e fonte di benessere, in una comunità dove si possa contribuire creativamente ad un progetto condiviso in un contesto ricco di valori e con finalità che vadano oltre le logiche di profitto: questo è in sintesi quello di cui le imprese si occuperanno domani e di cui già oggi si sente il profumo nell'aria, grazie al lavoro pioneristico di alcuni imprenditori.
Probabilmente qualcuno di voi starà sorridendo ironicamente, ma io ho ricevuto segnali molto concreti di un cambiamento in atto e se non ci credete, aggiungerò, per i più scettici, cinque testimonianze su questo cambiamento, cinque link molto significativi (ma potrete trovarne altri in rete, anche se non altrettanto accattivanti) ad altrettanti siti in cui troverete molte riflessioni e suggestioni al riguardo.
Buona navigazione e buon vento a tutti!
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